Jon Albers, Campus Martius. Die urbane Entwicklung des Marsfeldes von der Republikbis zur mittleren Kaiserzeit. in:

Gnomon, page 359 - 365

GNO, Volume 89 (2017), Issue 4, ISSN: 0017-1417, ISSN online: 0017-1417, https://doi.org/10.17104/0017-1417-2017-4-359

Browse Volumes and Issues: Gnomon

C.H.BECK, München
Bibliographic information
A. Lo Monaco: Albers, Campus Martius 359 Jon Albers: Campus Martius. Die urbane Entwicklung des Marsfeldes von der Republik bis zur mittleren Kaiserzeit. Wiesbaden: Reichert 2013. 292 S. 146 Abb. 4 Farbtaf. 4°. (Bayerische Akademie der Wissenschaften. Studien zur Antiken Stadt. 11.). Il libro di Jon Albers nasce come edizione della sua tesi di Dottorato, discussa nel 2008 a Berna sotto la guida di Michael Heinzelmann. Il sottotitolo ‘Die urbane Entwicklung des Marsfeldes von der Republik bis zur mittleren Kaiserzeit’ chiarisce immediatamente l’interesse precipuo dell’A.: delineare una storia dello sviluppo urbano di questo settore di Roma dall’età repubblicana alla media età imperiale. All’ottica complessiva del volume nuoce l’espunzione dei pur non numerosi interventi di III secolo d.C.: gli estesi restauri severiani, l’erezione dell’arco della via Lata, il grandioso portico di Gallieno sulla via Flaminia. La discussione generale avrebbe certamente guadagnato di una prospettiva capace di estendersi almeno fino alle soglie della Tarda Antichità. Per la stessa ragione avrebbero meritato una trattazione più approfondita le fasi di età regia, cui è destinato in maniera molto succinta un paragrafo iniziale (pp. 47–49). Considerate le premesse, è inevitabile pensare che il volume voglia proporsi come un aggiornamento dei lavori di Ferdinando Castagnoli1 e di Filippo Coarelli2 (quest’ultimo a pag. 34 definito ‘Standardwerk’ per la fase repubblicana). L’impostazione generale del lavoro di Jon Albers riflette la sua iniziale natura di tesi. Il libro è suddiviso infatti in una parte analitica e in un catalogo per singoli lemmi. Sebbene presentato solo al Capitolo 8 (pp. 223–282) il catalogo è con ogni evidenza il nucleo originario della ricerca: i singoli lemmi, opportunamente presentati in sequenza alfabetica per facilitarne l’individuazione, comprendono riferimenti ai dati storici dei singoli edifici (committenti, data di erezione, data di eventuali restauri), l’utile indicazione del numero di frammento della ‘Forma Urbis Romae’, una presentazione sintetica dei dati archeologici (con relativa discussione) e una succinta bibliografia di riferimento. Non mancano i riferimenti alle fonti letterarie, purtroppo non citate in originale e presentate in seriazioni interne non cronologiche. Utile la scelta di inserire per ciascuna voce rimandi alle figure e alle discussioni specifiche presenti nella prima parte del testo, a mo’ di indice analitico topografico generale. Il catalogo, che qualche decennio fa sarebbe stato un indubbio punto di riferimento da cui partire per le ricerche future, perde però di utilità a fronte dell’esistenza dei tomi del LTUR (I–VI, 1993–2000), di cui i lemmi di Albers finiscono per costituire inevitabilmente una versione abbreviata e meno critica. Le intenzioni e la metodologia del lavoro sono esplicitamente enunciati nell’introduzione generale (Cap. 1, pp. 33–36): l’A. si dichiara particolarmente interessato alle analisi degli orientamenti degli edifici tramite i sistemi assiali e raster. Centrale, così si legge, sarà l’individuazione delle singole committenze, le datazioni degli interventi e le premesse dalle quali muovono le specifiche soluzioni architettoniche adottate. Riguardo al metodo di indagine, gli edifici saranno dapprima esaminati singolarmente, per poi venire raggruppati in serie topografiche e cronologiche e infine essere inseriti in specifici sistemi assiali. ––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––– 1 ‘Il Campo Marzio nell’Antichità’, in MemLinc VIII, 1.4, 1946–1948, pp. 93–193. 2 ‘Il Campo Marzio, dalle origini alla fine della Repubblica’, Roma 1996, cui nelle intenzioni iniziali avrebbe dovuto fare seguito un secondo volume dedicato proprio all’età imperiale, purtroppo mai dato alle stampe. GNOMON 4/89/2017 A. Lo Monaco: Albers, Campus Martius 360 Seguono capitoli di sintesi analitica (Cap. 2–5), organizzati secondo una sequenza cronologica, che da età regia e poi repubblicana (Cap. 2, pp. 37–98), muove all’età augustea (cap. 3, pp. 99–135), al I secolo d.C. (focus su età neroniana e flavia, Cap. 4, pp. 136–159) per chiudere con il II secolo d.C. (da Traiano alla morte di Marco Aurelio, Cap. 5, pp. 161–188). Ciascuno dei capitoli è corredato, in apertura, di una utile pianta di fase con localizzazione dei principali interventi edilizi, la cui lettura avrebbe forse beneficiato di una scala inferiore. L’impostazione cronologica, pressoché ineludibile a fronte di tematiche inerenti lo studio storico dello sviluppo urbano, avvicina e in parte sovrappone il libro di Jon Albers al lavoro di Filippo Coarelli: da un testo edito a quasi venti anni di differenza ci si sarebbe aspettati forse qualcosa in più (a es. utilizzo di tecniche e software aggiornati con i quali ragionare su altimetria,1 orografia e assi di comunicazione principali). Il Cap. 2 (pp. 37–98) si apre con un esame della localizzazione topografica dell’area, una vasta pianura compresa tra la riva sinistra del Tevere, il Campidoglio, il Quirinale e il Pincio e caratterizzata morfologicamente dalla presenza di zone paludose nella parte centrale (la bonifica sarà solo di Agrippa) cui si alternano bacini, ruscelli e modesti rilievi. La fisionomia complessiva dell’area appare definita grazie alla presenza di tre markers topografici, in grado di determinare orientamenti che dureranno nei secoli: a nord-ovest il Tarentum-Trigarium (nord-ovest/sud-est), nell’area centrale i Saepta (nord/sud), a sud-est il Circo Flaminio (dal 221 a.C., nord-nord-ovest/sud-sud-est). Delle prime due aree sono fornite utili carte con localizzazione degli edifici delle fasi regie e altorepubblicane (figg. 8 e 10). La zona del circo Flaminio (carta di insieme a p. 289), è corredata anche di disegni ricostruttivi dei singoli complessi (templi di Apollo Medico e Bellona, aedes Hercules Musarum, aedes Iovi Statori et Iuno Regina, tempio dei Dioscuri, aedes al di sotto di S. Salvatore in Campo). La suddivisione dell’area in Campo e in Circo – già antica e pertanto non eludibile – finisce con il determinare la ripartizione del materiale in paragrafi separati: in Campo (aedes Nymphae, area sacra di Largo Argentina, forse i templi di Iuppiter Fulgur, Iuno Curitis e Vulcano (interessante a p. 50 la fig. 10 con visualizzazione simultanea – benché ipotetica – di tutti i templi), la porticus Minucia frumentaria; in Circo, oltre ai già citati edifici sacri anche le aree di Hercules Magnus Custos citato nei fasti Vallenses e i portici (p. Octaviae, p. Philippi, p. Metelli). Il capitolo si chiude con il racconto degli interventi in Campo nei decenni centrali del I secolo a.C., con i grandiosi progetti intrapresi da Pompeo (complesso di portico e teatro, ––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––– 1 L’indicazione della profondità dei resti romani rispetto al piano di calpestio attuale compare solo in alcune delle schede del catalogo. Ma i ragionamenti sulle quote sono di enorme importanza in un lavoro topografico come quello qui proposto, e sarebbe stato preferibile affrontarli su grande scala e con opportuna cartografia di riferimento. Si pensi, per esempio, all’effetto dell’ara Pacis in età adrianea: il poderoso interro di questo settore del Campo Marzio l’aveva risparmiata (protetta da un muro in opera laterizia con bolli databili al 123 d.C.), ed era così possibile, a un secolo e mezzo dall’erezione, ammirarne ancora, sebbene con una visione distorta, le processioni del fregio da un’altezza di circa 3 m. Più in generale, per i due grandi interventi di rialzamento di quota tra la seconda metà del I secolo d.C. e la metà del II secolo d.C. si veda da ultimo M. Pentiricci, in ‘L’antica basilica di San Lorenzo in Damaso: indagini archeologiche nel Palazzo della Cancelleria’ (1988–1993), Roma 2009, vol. I, pp. 15–75. GNOMON 4/89/2017 A. Lo Monaco: Albers, Campus Martius 361 coronato in summa cavea dal tempio di Venere Vincitrice) e Cesare (foro e tempio di Venere Genitrice, teatro ad Apollinis,1 ammodernamento e monumentalizzazione dei Saepta). Scelta personale dell’A. è la presentazione delle proposte già avanzate di attribuzione degli edifici templari a specifiche divinità senza spingersi a prese di posizione a favore dell’una o dell’altra soluzione, con la sola eccezione del tempio al di sotto di San Salvatore presentato in didascalia (p. 77, fig. 29) come tempio di Marte. È pur vero che alcuni problemi sono destinati a rimanere al momento insoluti, ma stupisce vedere i templi di Largo Argentina presentati dopo lunga discussione semplicemente con le lettere A, B, C, D, e le loro attribuzioni definite «nicht gesichert»: è ormai acquisizione certa però l’identificazione del tempio B con quello della Fortuna Huiusce Diei (l’unica cautamente accolta anche dall’A.), largamente condivisa quella del tempio C con il tempio di Feronia, e possibile quella del tempio A con il tempio di Giuturna; qualche dubbio può ancora sussistere nel solo caso del tempio D, la cui identificazione con il tempio dei Lari Permarini dipende dalla discussione sulla localizzazione della porticus Minucia vetus e sul tempio delle Ninfe (candidato alternativo sarebbe il tempio di via delle Botteghe Oscure). A proposito di Largo Argentina, nel testo non è mai affrontata la discussione sulla trasformazione dell’area sacra con il passaggio da edifici templari racchiusi entro singoli recinti a complesso unitario (assetto che ebbe solo dopo la pavimentazione in lastre di tufo successiva al devastante incendio del 111 a.C.), e sul mutamento radicale, nella percezione urbanistica complessiva, dovuto al generale innalzamento della quota di calpestio, al di sopra delle macerie, di circa 1.40 m: l.’A. si limita alla curiosa definizione, riportata esclusivamente in didascalia (figg. 12, 15–17), di «sog. (sogenannte) Area Sacra». Considerato l’impianto metodologico e le finalità del lavoro, risalta la mancanza di una carta topografica generale, capace di visualizzare simultaneamente le tre aree (Tarentum-Trigarium/Saepta/Circo Flaminio) nelle fasi esaminate, insieme a indicazioni su idrografia, orografia e percorsi viari, quale corredo grafico alle conclusioni preliminari offerte alle pp. 97–98. Si finisce così con il riproporre sostanzialmente temi di discussione piuttosto datati, ormai entrati nel dibattito scientifico, laddove un approccio più squisitamente cartografico sarebbe stato forse in grado di portare almeno alla formulazione di nuovi interrogativi e di contribuire in tal modo all’avanzamento delle ricerche. Quesiti quali immagine antica della città e sue trasformazioni diacroniche, percezione dei volumi e dei rapporti interno/esterno, viabilità e percorsi di accesso, fruizione degli utenti, colori dei materiali utilizzati (marmo greco, pietra calcarea, tufo), coesistenze di aree a vocazione pubblica e privata,2 sebbene abbiano permeato i più recenti ––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––– 1 Avrebbero meritato una discussione apposita anche gli interventi di ‘demolizione’ di edifici della Roma Vetus, tra cui numerosi templi, e agalmata in legno (Cass. Dio. 43.49.3): eccessiva la cautela espressa a p. 258 nel riconoscere il tempio della Pietas nell’edificio nelle fondazioni venute alla luce le fondazioni, sotto l’aula regia del teatro di Marcello, parallele ai tre templi del foro Olitorio, su cui P. Ciancio Rossetto, ‘Ritrovamenti nel Campo Marzio meridionale’, in BCom 91 (1994–1995), pp. 197–200. 2 Si veda, tra gli altri, l’attestazione di case private in prossimità dei Saepta già nel III secolo a.C. (per cui cf. Plut. Caio Gracco III, 1 e LTUR I, 1993, s.v. ‘Campus Martius’ (T.P. Wiseman). GNOMON 4/89/2017 A. Lo Monaco: Albers, Campus Martius 362 topics critici su problemi di topografia romana restano complessivamente del tutto disattesi. Il Cap. 3 (pp. 99–133), dedicato agli interventi di Augusto e Agrippa, si apre con un titolo programmatico (‘Ein politisch gewolltes Groβkonzept’). Punto di partenza sono gli edifici commissionati da personaggi estranei alla famiglia imperiale: il teatro di L. Cornelio Balbo (pp. 102–104), l’anfiteatro di Statilio Tauro (pp. 104–105), il tempio di Apollo Sosiano (p. 105), la porticus Philippi1 (pp. 108– 109) e la porticus Metelli restaurata dalla sorella di Augusto (erronea è la convinzione dell’A. a p. 106 di attribuire a Octavia in prima persona la committenza dei lavori di restauro, sulla base della considerazione che l’edificio non fu inserito da Augusto nell’elenco ufficiale dei suoi interventi’).2 Gli interventi promossi da Ottaviano/Augusto (a proposito perché non operare la distinzione onomastica ante e post 27 a.C.?), nel settore settentrionale del Campo, sono correttamente presentati in ordine cronologico: il Mausoleo (di cui viene fissato con qualche cautela l’inizio dei lavori all’apertura del testamento di Marco Antonio nel 32 a.C., pp. 110–112), e più a sud il complesso horologium e l’ara Pacis (pp. 112– 115). In un paragrafo separato sono presentati altri edifici, di nuova erezione come lo stadium (p. 118) o a completamento di cantieri già avviati per esplicito interessamento di Augusto, come il teatro di Marcello (pp. 116–117). È la volta dei grandi cantieri nella zona a nord dell’amnis Petronia, promossi da Agrippa, con i Saepta (pp. 119–121), l’aqua Virgo e le thermae (pp. 121–124), l’Euripo e il nemus (pp. 124–126), il Pantheon (pp. 127–130). I problemi specifici inerenti i singoli edifici sono enormi, ancora oggi al centro dei dibattiti critici più recenti: gli stringati paragrafi loro riservati nella trattazione di Jon Albers e l’esiguità della bibliografia citata (molto limitata!) non rendono affatto conto della complessità dei singoli casi. Qualche esempio. L’horologium Augusti è trattato in un succinto paragrafo insieme a obelisco, ara Pacis e ustrinum (pp. 112–116). I riferimenti al passo di Plinio (nat. 36, 72–73) e ai lavori di Buchner3 (gli unici citati), certo indispensabili alla presentazione preliminare della questione, non sono da soli sufficienti a chiuderla: basti citare le opinioni differenti di quanti a oggi considerino l’obelisco il semplice gnomone di una meridiana4, o un vero e proprio orologio solare con specifici legami sul quadro ––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––– 1 Avrebbero meritato un approfondimento critico i due interventi realizzati da Fulvio Nobiliore e da L. Marcius Philippus. 2 Per un corretto inserimento dell’intervento nell’ideologia augustea di quegli anni, si veda E. La Rocca, ‘La bellezza di Roma, ovvero gli spazi della memoria e dell’identità’, in BCom CXIII 2012, pp. 43–77, in part. p. 52; sulla politica del consensus augusteo vedi già id., ‘L’adesione senatoriale al ‹consensus›. I modi della propaganda augustea e tiberiana nei monumenti ‹in Circo Flaminio›’, in ‘L’Urbs. Espace urbain et histoire. Ier siècle av. J.C. – IIIe siècle ap. J.C. Actes du colloque international, Rome, 8 – 12 mai 1985’ (Roma 1987), pp. 347–372. 3 E. Buchner, ‘Horologium Solarium Augusti. Vorbericht über die Ausgrabungen 1979/1980’, in RM 87, 1980, pp. 355–373, e id., ‘Die Sonnenuhr des Augustus. Nachdruck aus RM 1976 und 1980 und Nachtrag über die Ausgrabung 1980/1981’, Mainz 1982. 4 M. Schütz, ‘Zur Sonnenuhr des Augustus auf dem Marsfeld’, in Gymnasium 97, 1990, pp. 432–457; P. Heslin, ‘Augustus, Domitian and the so-called horologium Augusti’, in JRS 97, 2007, pp. 1–20; id., ‘The Augustus Code: a response to L. Haselberger’, in JRS 24,1, 2011, pp. 74–77; M. Schütz, ‘The Horologium on the Campus Martius reconsidered’, ibid., pp. 78–86. GNOMON 4/89/2017 A. Lo Monaco: Albers, Campus Martius 363 astrale di Augusto.1 Manca qualsiasi accenno all’ideologia sottesa, ai modelli di riferimento, persino alla contemporanea erezione di altri obelischi di provenienza egizia (come quello, sempre da Heliopolis, collocato al Circo Massimo, cf. Plin., nat. 36.71; CIL VI 701) e il probabile collegamento dell’operazione con la riforma del calendario giuliano. Altri problemi avrebbero invece richiesto una discussione filologica più approfondita. È il caso della kaustra di Augusto (Strabone, 5.3.8), sostantivo derivato dalla radice di kaio, con esplicito riferimento al processo di combustione che doveva avvenire al suo interno, solo parzialmente sovrapponibile al latino ustrinum (più vicino semanticamente a bustum): nel succinto paragrafo dedicato all’ustrinum (pp. 115–116) non vi è traccia del termine greco, né è affrontata la (discutibile) proposta di Jolivet2 che il termine avrebbe potuto indicare un cippo o un altare funerario magari su podio. Anche a proposito del Pantheon, la discussione (pp. 127–130) rappresenta una sorta di punto di partenza preliminare, mai capace di superare lo status quo: accettate le idee dell’apertura a nord e della pianta circolare dell’edificio già nella sua fase augustea, entrambe ormai ampiamente accolte nella letteratura specialistica a seguito degli scavi condotti dalla Sovraintendenza ai Beni Culturali del Comune di Roma nel 1996/97, si passa alla sintetica analisi della struttura, partendo dall’indispensabile passo di Cassio Dione (53.27.3) e dalla discussione delle relative implicazioni ideologiche. Nessun accenno però all’ipotesi che la porta in bronzo a doppia anta e la soglia in marmo africano dell’ingresso attuale fossero pertinenti già alla fase augustea, o ai possibili sistemi di copertura dell’edificio augusteo, ritenuto «hypätrales Heiligtum»3; più in generale, si sente l’assenza di una discussione sui modelli di riferimento dell’edificio (i Tychaia ellenistici), o sulla non casualità dell’identica morfologia circolare delle due strutture affrontate da una parte e dall’altra della piana (Mausoleo-Pantheon), peraltro di dimensioni assai simili (300 piedi di diametro). La trasformazione dell’area nelle fasi post-augustee è affidata alla presentazione (Cap. 4, pp. 135–159) degli interventi neroniani prima (anfiteatro ligneo e soprattutto il grande complesso delle terme in Campo Marzio, cui appartiene probabilmente il gymnasium attestato nel 62 d.C.), e flavi poi (nel settore occidentale erezioni ex novo quali lo Stadio nell’area di Piazza Navona, destinato ad agoni di tipo greco e l’Odeon a sud dello Stadio, o la porticus Divorum eretta nel luogo in cui Vespasiano e Tito avevano trascorso la notte precedente al trionfo giudaico del 71 d.C.; nel settore centrale cantieri di restauro in seguito ––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––– 1 E. Buchner, ‘Rom unter Augustus-Sonnenuhr und Mausoleum’, in ‘Archäologische Entdeckungen. Die Forschungen des Deutschen Archäologischen Instituts im 20. Jh.’, Mainz 2000, pp. 179–183; L. Haselberger, ‘A debate on the Horologium of Augustus: controversy and clarifications’, in JRS 24,1, 2011, pp. 47–73. 2 V. Jolivet, ‘Les cendres d’Auguste: note sur la topographie monumentale du Champ de Mars septentrional’, in ArchLaz 9, 1988, pp. 90–96. 3 La definizione si trova nella scheda, a p. 256. Il cd. tempio di Mercurio a Baia, forse ancora di età tardo-repubblicana, ha però una copertura a volta in cementizio con oculus centrale aperto, sebbene di dimensioni molto più contenute rispetto a quelle della volta del Pantheon. Più vicine metrologicamente le esedre del foro di Augusto, che avevano una copertura lignea rivestita in stucco. Il problema della copertura augustea del Pantheon, insomma, è lungi dall’essere definitivamente risolto, ma meritava almeno di essere affrontato prima di essere del tutto escluso. GNOMON 4/89/2017 A. Lo Monaco: Albers, Campus Martius 364 all’incendio dell’80 d.C.). Al capitolo successivo (Cap. 5, pp. 161–188) le fasi traianeo-adrianee e antoniniane, con esami per singoli paragrafi degli edifici relativi. Il capitolo 6 (pp. 189–211), in nuce il più promettente dell’intero volume, è riservato a singole riflessioni su specifici temi, in linea con il sottotitolo generale del volume. Sono così affrontati temi a carattere generale (il sistema viario, novità architettoniche) e riflessioni sulla vocazione dell’area in relazione alle sue funzioni e agli usi che mutano nel tempo (area a vocazione militare, uso nel corso della processione trionfale, uso politico, funzioni sepolcrali, culto imperiale). I temi così individuati, sebbene non nuovi al dibattito specialistico, avrebbero almeno avuto il merito di farci conoscere le personali prese di posizione dell’A. Ciò non avviene con pienezza, forse anche a causa del numero di pagine davvero esiguo con cui sono affrontati problemi di importanza capitale (si veda il caso del paragrafo sullo «Straßensystem», limitato ad appena due colonne, pp. 193–194). In chiusura, corredano il volume un riassunto (in tedesco e in traduzione inglese ed italiana Cap. 7, pp. 213–221), utili indici analitici di nomi propri (pp. 283– 284) e delle illustrazioni (pp. 285–288) e infine 4 tavole a colori a pagina piena (pp. 289–292: la zona del Circo Flaminio1, il Campo Marzio in età augustea, e due laser scan del Pantheon visto da nord e in spaccato assonometrico). Al di là dell’impostazione del lavoro secondo parametri troppo tradizionali e poco ricchi di elementi di novità, uno dei difetti maggiori del volume è il consapevole2 e mancato aggiornamento bibliografico: la Dissertation, discussa nel 2008 ed edita a stampa nel 2013, è priva di tutto il dibattito e la bibliografia di quest’ultimo lustro. Difetto non da poco, che finirà con l’inficiarne l’ingresso nel dibattito scientifico e la possibilità di divenire un utile strumento di lavoro per gli studi futuri. Manca tra gli altri il volume ‘L’antica basilica di San Lorenzo in Damaso: indagini archeologiche nel Palazzo della Cancelleria (1988–1993)’, edito già nel 2009, con dati su una importante ristrutturazione edilizia di età flavia precedente il grande incendio dell’80 d.C., documentazione di monumenti inediti (strutture al di sotto del Palazzo della Cancelleria) e aggiornamenti complessivi della topografia del settore occidentale del Campo Marzio; il volume comprende anche l’edizione di una importantissima epigrafe della prima età augustea (CIL VI 40316a), venuta alla luce negli scavi 1988–1993, nella quale è commemorato un dies funeris, forse quello di Claudio Marcello, probabilmente pertinente a un edificio o un monumento a carattere commemorativo eretto nell’area.3 Mancano del tutto i nuovi dati relativi agli scavi della Metro C, editi nel volume speciale della rivista ‘Bollettino d’Arte’ già nel 2010 (‘Archeologia e infrastrutture. Il tracciato fondamentale della linea C della metropolitana di Roma: prime indagini archeologiche’): non eludibile la presenza degli assi viari e degli edifici pubblici ––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––– 1 Nella didascalia a corredo della pianta è indicata come porticus Octaviae il monumento contrassegnato dalla lettera C, che è invece la porticus Octavia, costruita da Gneo Ottavio dopo il trionfo su Perseo (168/167 a.C.). Il medesimo errore è a p. 116, n. 145, ove il corretto riferimento bibliografico sarebbe LTUR IV 1999 (A. Viscogliosi), s.v. ‘Porticus Octaviae’, pp. 141–145, in luogo di «Porticus Octavia», p. 140. 2 Denunciato dall’A. già in apertura di premessa (p. 31). 3 Si vedano l’edizione dell’epigrafe di Ivan Di Stefano Manzella, vol. II, pp. 29–32, n. 1 e, per l’inquadramento topografico, le osservazioni di M. Pentiricci, vol. I, pp. 201–202. GNOMON 4/89/2017 A. Lo Monaco: Albers, Campus Martius 365 venuti alla luce nell’area di Piazza della Madonna di Loreto (un’aula con gradinata interna – ipoteticamente presentata come l’Athenaeum adrianeo del 135 d.C. – affiancata da due aule a schola), i nuovi dati sulla zona del cd. cenotafio di Agrippa, il rinvenimento in piazza Sant’Andrea della Valle di un quadriportico monumentale ipoteticamente identificato con il ginnasio di Nerone già citato da Svetonio (Nero, 12) e Tacito (Ann. XIV, 47), i nuovi dati sul corso dell’Euripo, con la sua fase di ristrutturazione databile tra il 50 e il 75 d.C.1 In breve, gli elementi di novità sono disparati e porteranno nei prossimi anni a un aggiornamento complessivo importante della planimetria generale del Campo Marzio occidentale. La bibliografia citata nel volume, invece, pur muovendosi con destrezza tra le principali lingue occidentali, è ridotta al minimo, e prende quasi sempre le mosse dalle (pur buone, ma in parte ormai datate) voci del LTUR. Maggiore spazio avrebbero meritato inoltre problemi relativi all’analisi spaziale e distributiva, l’elaborazione di efficaci carte tematiche, sincroniche e diacroniche, e una cartografia di sintesi aggiornata su tutti i dati. Manca un approccio giuridico, con rarissime ma non approfondite eccezioni (ager publicus, p. 44). Da ultimo, si sente l’assenza, in apertura di volume, di una riflessione compiuta sul senso filologico e storico del sostantivo campus, e sui confronti con gli analoghi apprestamenti, conosciuti almeno nel mondo occidentale, destinati a esercitazioni militari, attività ginnasiali e operazioni di census ed elettorali.2 L’ambizione di un volume immaginato come una moderna sintesi, analitica e critica, dei dati a disposizione su un settore così vitale di Roma antica mal si coniuga con pecche di tale portata. L’impressione generale è che non si superi mai lo status quaestionis, talora addirittura con eccessive semplificazioni rispetto alle attuali conoscenze: il libro di Albers, definito di recente ‘a coffee-table sized volume’,3 è destinato a mio avviso a rimanere poco più di questo. Roma Annalisa Lo Monaco ––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––– 1 Fondamentali sono almeno i contributi di F. Filippi, ‘Le indagini in Campo Marzio occidentale. Nuovi dati sulla topografia antica: il ginnasio di Nerone (?) e l’ ‹Euripus›, pp. 39–81; R. Egidi, ‘L’area di Piazza Venezia, nuovi dati topografici’, ibid. pp. 93–124. 2 Da ultimo, si veda la bella analisi in A. Borlenghi, ‘Il campus: organizzazione e funzione di uno spazio pubblico in età romana. Le testimonianze in Italia e nelle province occidentali’, Roma 2011. 3 L. Zollschan, in Bryn Mawr ‘Classical Review’ 2014.03.37. GNOMON 4/89/2017

Chapter Preview

References

Abstract

As a critical journal for all classical studies, the GNOMON fosters the links between the distinct classical disciplines. It has thus an exceptional position among the classical review journals and allows familiarization with research and publications in neighbouring disciplines. The reviews address an international readership from all fields in classical studies. The GNOMON publishes reviews in German, English, French, Italian and Latin.

The GNOMON is published in eight issues a year.

Zusammenfassung

Der GNOMON pflegt als kritische Zeitschrift für die gesamte Altertumswissenschaft die Verbindung zwischen den verschiedenen Disziplinen der Altertumswissenschaft. Er nimmt dadurch eine Sonderstellung unter den Rezensionsorganen ein und bietet die Möglichkeit, sich über wichtige Forschungen und Publikationen auch in den Nachbarbereichen des eigenen Faches zu orientieren. Die Rezensionen im GNOMON wenden sich an ein internationales Publikum, das aus allen Teilgebieten der Altertumswissenschaft kommt. Die Publikationssprachen im GNOMON sind: Deutsch, Englisch, Französisch, Italienisch und Lateinisch.

Der GNOMON erscheint acht Mal im Jahr.