Stefano Maso, Gareth D. Williams, Katharina Volk (Edd.): Roman Reflections. Studies in Latin Philosophy. in:

Gnomon, page 327 - 331

GNO, Volume 89 (2017), Issue 4, ISSN: 0017-1417, ISSN online: 0017-1417, https://doi.org/10.17104/0017-1417-2017-4-327

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C.H.BECK, München
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Y. J. Rösch: Ní Mheallaigh, Reading Fiction with Lucian 327 gewährt Ní Mheallaigh einen Einblick in die Faszination der kaiserzeitlichen Gesellschaft für «authentic experiences of fiction» (203), wie gefangene Kentauren oder Tritone, mechanische Apparate, die ganze Theaterstücke wie von Zauberhand vorführten, oder die auf kaiserlichen Erlaß hin inszenierten Großchoreographien von Hinrichtungen und Schlachten. Ní Mheallaigh schließt ihr Werk mit einem kritischen Appell an die Forschung: Das anhaltende Interesse an den Liebesabenteuern der (griechischen) Romane verbaue «the most penetrating insights into postclassical imagination» (277). Eine stärkere Beachtung der produktions- und rezeptionsästhetischen Implikationen jener fiktionalen Narrative sei daher schlichtweg unerläßlich. Es bleibt festzuhalten, daß ‘Reading Fiction with Lucian’ selbst eine wahre ‘Wunderkammer’ kaiserzeitlicher Kuriositäten ist. Diese Wunderkammer enthält Lukian – aber eben auch vieles mehr. Obgleich der Samosatenser und seine Fiktionalitätstheorie unbestrittener Referenzpunkt sind, so reichen die sieben Kapitel dem Leser sehr viel mehr Material an die Hand: Konsequent steckt Ní Mheallaigh die Forschungslandschaft ihrer thematischen Schwerpunkte ab, bereichert ihre intertextuellen Lektüren durch ihre breite Belesenheit – die nicht selten bis in die Randzonen der kaiserzeitlichen Literatur führt – und bietet en passant interessante Einzelbeobachtungen. Ní Mheallaighs Einladung «to read with imagination and with pleasure» (xi), nimmt man gerne an. Der ansteckend assoziative Gedanken- und Schreibstil der Autorin macht ‘Reading Fiction with Lucian’ jedem zum Quell der Freude, der sich mit Lukian, der Zweiten Sophistik und (post)moderner Literaturtheorie auseinandersetzen möchte. Bonn Yvonne Jasmine Rösch * Gareth D. Williams, Katharina Volk (Edd.): Roman Reflections. Studies in Latin Philosophy. Oxford: Oxford UP 2016. X, 306 S. 49,99 £. Già il titolo di questa raccolta di saggi1 è suggestivo: occupandosi della filosofia a Roma, Gareth D. Williams e Katharina Volk sembrano alludere e alle ‘riflessioni’ svolte dagli uomini di cultura dell’epoca repubblicana e imperiale, e alle ‘riflessioni’ che negli ultimi cinquant’anni si stanno svolgendo intorno al ruolo e all’autonomia della filosofia a Roma. Ma ancora: i tredici saggi (preceduti da un’utile premessa degli editori che svolge la funzione di traguardarne in qualche modo il percorso) costituiscono importanti approfondimenti sui ‘riflessi’, a Roma, del pensiero teoretico greco. Il volume è organizzato in quattro sezioni. La prima – ‘Orientation’ – è costituita da un solo saggio: ‘Philosophy and philosophi: From Cicero to Apuleius’, pp. 13–29. In esso Harry Hine mostra come a Roma non sia stato immediato l’autoriconoscimento del ruolo (o anche la definizione antropologica) di philosophus: né Cicerone né Seneca si riconobbero tali. Piuttosto per loro decisiva e qualificante fu la passione per la ricerca e la sapienza di per sé – vale a dire: la filosofia – rispetto a quella che potrebbe essere stata la ‘filosofia’ intesa come professione; l’uno e l’altro si sarebbero cioè riconosciuti anzitutto ––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––– 1 Frutto dei contributi e delle discussioni svoltesi in occasione della conferenza ‘Latin Philosophy’, presso la Columbia University nella primavera del 2012. GNOMON 4/89/2017 S. Maso: Williams/Volk (Edd.), Roman Reflections 328 come ‘professionisti della politica’: Cicerone come oratore e avvocato, Seneca come ministro e consigliere dell’imperatore. Per entrambi l’etichetta di ‘filosofo’, e il ruolo che ciò avrebbe comportato, evidentemente risultavano inadatti, e come tali dovevano apparire anche ai loro contemporanei. Da questa serie di considerazioni discendono conseguenze importanti, utili a chi intenda precisare in modo efficace quali siano i tratti qualificanti l’affermazione e lo sviluppo del pensiero filosofico a Roma. Nel far questo – e gli editori ne sono ampiamente consapevoli (pp. 2–3) – da un lato ci si riconnette ai fondamentali volumi di J. Barnes e M. Griffin, ‘Philosophia Togata I. Essays on Philosophy and Roman Society’ (Oxford, 1989) e ‘Philosophia Togata II: Plato and Aristotle at Rome’ (Oxford, 1997), nei quali i contributi offerti si avvalgono di un approccio interdisciplinare in grado di testimoniare l’originalità del modo di accostarsi alla riflessione filosofica nel contesto romano; dall’altro, si decide di identificare, quale momento chiave per la comprensione dell’affermazione della filosofia a Roma, la personalità e il pensiero filosofico di Seneca. La seconda sezione, composta di quattro saggi, è intitolata: ‘The Late Republic’. In essa Katharina Volk (‘Roman Pythagoras’, pp. 33–49) interviene sul modo in cui Pitagora e la sua filosofia furono riconosciuti come ‘affini’ (forse anche in quanto italici) al temperamento romano; James E. G. Zetzel (‘Philosophy Is in the Streets’, pp. 50–62) propone un doppio livello di osservazione: quello più consapevolmente storico-filosofico, teso a ritrovare legami e dipendenze con i predecessori e le dottrine del mondo greco (al centro, ovviamente, è Cicerone); e quello più direttamente esperienziale, in cui la dimensione della ‘strada’, cioè della vita di tutti i giorni, esercita il suo potere allorché si tenti di dare un senso al proprio agire e si sia critici nei confronti di quanto accade (in questa direzione il ruolo di Varrone e della ‘satira’ Menippea sono senz’altro da rivalutare). Tobias Reinhard (‘To See and to Be Seen: On Vision and Perception in Lucretius and Cicero’, pp. 63–90) studia poi il fondamento ‘materialistico’ dell’uso del verbo videre/-eri: la flessibilità del verbo latino rinvierebbe non solo a un confronto con l’uso greco di ciò che attiene alla percezione (vera o apparente) di un oggetto, ma anche alle differenze d’impiego di tale verbo in riferimento alle diverse matrici dottrinali delle varie scuole filosofiche. Infine, Gretchen Reydams-Schils (‘Teaching Pericles: Cicero on the Study of Nature’, pp. 91–107) prende in esame il modo in cui Cicerone ha dato concretezza al suo approccio alla filosofia stoica, scoprendovi un doppio movimento: da un lato l’Arpinate sembra evidenziare in modo strategico la separatezza tra fisica ed etica, valorizzando senz’altro quest’ultima; dall’altro, però, non si può non rinvenire in lui anche una precisa sottolineatura della continuità tra i due ambiti: ciò appare palese allorché si osservi come Cicerone riconosca senz’altro l’importanza culturale e metodologicamente formativa dello studio della stessa fisica. In pratica, per guadagnare, in ambito sociale, un successo che valorizzi un serio progetto etico, occorre che quest’ultimo sia ancorato allo studio più generale della Natura, nel ‘luogo’ cioè dove la communitas delle cose divine e umane trova il suo fondamento. La terza sezione mira direttamente a Seneca e al suo filosofare. Cinque saggi affrontano cinque questioni in cui il pensiero teorico di Seneca sembra segnare un passo innanzi rispetto alla tradizione dottrinaria dello stoicismo. Andrew M. GNOMON 4/89/2017 S. Maso: Williams/Volk (Edd.), Roman Reflections 329 Riggsby (‘Tyrans, Fire, and Dangerous Things’, pp. 111–128) studia le dinamiche della passione, la sua fisicità e – soprattutto – la caratura metaforica del linguaggio che la rappresenta. Matthew Roller (‘Precept[or] and Example in Seneca’, pp. 129–156) affronta il ruolo di precettore che Seneca ha inteso svolgere, suggerendo come esso fosse ancorato alla funzione ‘esemplare’ e autorevole che egli medesimo – e, in assoluto, il sapiens stoico – a ciò attribuiva. Per lo studioso un ruolo speciale è svolto dall’analogia, cioè dal processo di imitazione, accompagnato dall’idealizzazione di ciò che si intende seguire; si vedano in partic. le epp. 94 e 120. Yelena Baraz (‘True Greatness of Soul in Seneca’s De constantia sapientis’, pp. 157–171) individua nella magnitudo animi (o magnaminitas) la qualità che – già individuata nei Paradoxa Stoicorum di Cicerone – caratterizza il sapiens: una qualità cui dovrebbe essere estranea qualsiasi forma di ‘misurazione’ oggettiva implicante un modello di tipo gerarchico. Una gradazione di tipo oggettivo potrebbe ovviamente esser giustificata solo nella fase di avvicinamento alla sapientia, cioè per il proficiens. Gareth D. Williams (‘Minding the Gap: Seneca, the Self, and the Sublime’, pp. 172–191) esamina il concetto di ‘sublime’ non tanto in direzione del versante drammatico del Seneca ‘tragico’, quanto piuttosto in riferimento alla concezione del sapiens e della ‘costruzione di sé’ che in ciò è implicata. Tensione filosofica e tensione letteraria sembrano incontrarsi. Da ultimo Margaret Graver (‘The Emotional Intelligence of Epicureans: Doctrinalism and Adaptation in Seneca’s Epistles’, pp. 192–210) affronta una delle problematiche topiche dell’epistolario: la presenza – e le caratteristiche della presenza – della dottrina epicurea (in particolare in riferimento al tetrapharmakon). Sembra che Seneca non intenda tanto ‘accogliere’ i postulati di tale dottrina: semplicemente ne fa propri quegli spunti pratici e teorici che qualsiasi ‘filosofo’ riterrebbe validi e utili al progetto etico-morale della scuola cui appartiene. Forse perché la sua adesione allo stoicismo non è questione di mera ‘partisanship’, quanto piuttosto di intima convinzione. A questi cinque saggi ne seguono tre riuniti, significativamente, nella sezione ‘Beyond Seneca’. Wolfgang-Rainer Mann (‘‹You’are Playing You Now›: Helvidius Priscus as a Stoic Hero’, pp. 213–237) mette a fuoco il problema della coerenza del sapiens stoico con i valori in cui crede, in tutte le situazioni in cui può venire a trovarsi: anche di fronte all’imperatore e di fronte alla morte, come nel caso di Elvidio Prisco, senatore al tempo di Vespasiano. In pratica, il proprio interiore progetto di vita – riconosciuto come il proprio percorso morale in consonanza con la Natura – deve conformarsi anche con il ruolo anche pubblico (il prosōpon evocato da Epitteto) che ci si ritrova a ricoprire. Si tratta di un vero e proprio obbligo morale: la traduzione operativa del concetto stoico di kathēkon. Con il saggio di Richard Fletcher (‘Platonizing Latin: Apuleius’s Phaedo’, pp. 238–259) si ritorna a esaminare la valenza programmatica del ruolo della filosofia di Platone, della sua ricezione e delle modalità di traduzione dei dialoghi platonici (si pensi a Cicerone) in latino, oltre che la reinterpretazione di tematiche topiche quali la dottrina delle idee (come si riscontra in Cicerone, Orator 8–10, e Seneca, epp. 58 e 65). Il saggio conclusivo è di Katja Maria Vogt (‘Why Ancient Skeptics Don’t Doubt in the Existence of the External World: Augustine and the Beginnings of Modern Skepticism’, pp. 260–274). Al centro è il De trinitate: l’intenzione è quel- GNOMON 4/89/2017 S. Maso: Williams/Volk (Edd.), Roman Reflections 330 la di mostrare come la distanza tra la mente del soggetto umano e la realtà esterna, da cui può derivare una forma di scetticismo gnoseologico, si superi evidenziando come l’introspezione finisca paradossalmente per coincidere con il rivolgersi a dio (qua creator) e dunque costituisca di per sé il superamento della distanza medesima e dello scetticismo. Ovviamente ne va del significato di anima che Agostino elabora: qualcosa di molto lontano e nuovo rispetto alle concezioni delle filosofie ellenistiche. I saggi dell’intero volume sono tessere importanti di un unico puzzle che un poco alla volta si va chiarendo all’insegna di quanto enunciato sopra e che testimonia peraltro la tendenza caratteristica secondo cui si afferma la filosofia a Roma: una sorta di progressivo passaggio di interesse dalla riflessione sui principi all’arte della vita. Non a caso il significato stesso di sapientia sembra tramutarsi in quello di prudentia, da intendersi sì come ‘intelligenza pratica’, ma non nel senso gerarchicamente inferiore dell’interpretazione che Aristotele dava di phronesis rispetto a sophia. Porre l’accento sul pensiero filosofico di Seneca è a questo punto decisivo, anche perché è possibile rintracciare proprio nel Cordovese la prima forma di consapevolezza del ‘soggetto’ in senso moderno: vale a dire quell’esperienza di sé (che fa seguito a una vera e propria ‘costruzione’ di sé) che apre la strada a un rapporto con il mondo sociale e politico del tutto lontano dalla tradizione greca. Si fa evidente il filo rosso che, attraverso l’affermazione dell’etica stoica, si dipana in direzione di Epitteto e poi di Marco Aurelio per poi raggiungere Agostino. Resta il problema di vedere come, in questo quadro che appunto arriva a contemplare l’avvento del Cristianesimo, possa trovare collocazione adeguata un grande protagonista della filosofia romana e decisivo interprete del pensiero platonico: Plotino. A Roma, a metà del III secolo, questi aprì la sua scuola, ebbe rapporti con l’ambiente senatorio e imperiale e, soprattutto, scrisse le Enneadi. Oltre che esegeta originale di Platone, sul piano della dottrina si confrontò con la predominante interpretazione stoica della realtà e, tra l’altro, rivendicò la centralità del pensiero autocosciente: si prefigurava, in questo senso, una sorta di continuità con il razionalismo stoico? Nessuno dei saggi di ‘Roman Reflections’ tocca Plotino, e solo lateralmente, in riferimento alla vicenda di Helvidius Priscus, pp. 213–237, uno dei contributi riguarda Epitteto. Anche Marco Aurelio rimane escluso.1 Molto probabilmente perché questi pensatori scrissero in greco e il volume oxoniense, con il sottotitolo ‘Latin Philosophy’, intende rinviare non tanto alla filosofia a Roma, quanto piuttosto alla filosofia scritta in lingua latina.2 Resta il fatto che il bilinguismo di molti di questi protagonisti (a cominciare da Cicerone stesso o da Lucrezio, in grado di interpretare e tradurre Epicuro) dovrebbe garantire dell’avvenuto intreccio delle due culture, del conseguente rinno- ––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––– 1 Pure nei due volumi di ‘Filosofia togata’ non c'è traccia di Plotino, se si esclude qualche accenno nel secondo dei due volumi: nel contributo dedicato all’Aristotele conosciuto a Roma, da parte di J. Barnes (pp. 24–39), e in quello dedicato a Porfirio, da parte di F. Millar, pp. 242–254. 2 Questo spiega in particolare il ruolo dei contributi di Reinhardt e di Fletcher che toccano questioni squisitamente legate alle caratteristiche e alle potenzialità della lingua latina. Tuttavia rimarrebbe il caso Pitagora, difficilmente affrontabile se ricondotto alle sole testimonianze in latino. GNOMON 4/89/2017 S. Maso: Williams/Volk (Edd.), Roman Reflections 331 vamento e della generale trasformazione in atto relativa al ruolo e al significato di ‘filosofia’. In ogni caso, tutti i saggi qui raccolti costituiscono preziose e originali indagini, mirate a dettagli specifici peraltro riconducibili immediatamente ai problemi centrali della riflessione filosofica a Roma: una ‘riflessione’ che non teme il confronto con il mondo greco del quinto/terzo secolo a.C., ma che anzi ne condiziona in modo innovativo l’interpretazione e quindi lo sviluppo. Una ‘riflessione’ che appare, per così dire, più togata di quanto comunemente non si ritenga. Venezia Stefano Maso * Biagio Santorelli: [Quintiliano], Il ricco accusato di tradimento (Declamazioni maggiori, 11). Gli amici garanti (Declamazioni maggiori, 16). Cassino: Edizioni Università di Cassino 2014. 347 S. (Collana di Studi Umanistici. 6.) 30 €. Since 1999, the University of Cassino has been issuing under the direction of Antonio Stramaglia a series of commentaries on the nineteen Declamationes Maiores of Pseudo-Quintilian. Commentaries on ten have appeared in print, with this dual offering by Biagio Santorelli (S.) increasing that number to twelve. The presentation accords with previous volumes: after a general introduction, Latin text and translation (in this case into Italian) appear on facing pages, followed by notes covering the full range of scholarly commentary – textual, grammatical, and particularly exegetical. The choice of combining Declamationes 11 and 16 seems dictated not by similar subject matter but by the fact that their texts are the two shortest to come down to us. The tortuous logic of each, compounded by the often intractable textual issues of 16 in particular, invites careful commentary and on this S. unquestionably delivers. Since each text presents its own challenges, however, I will follow the example of S. and consider them separately. I will then treat together some of the textual matters. The situation of declamation 11 does not afford neat summary. While a rich man is leading his state’s army, a rumor compels his enemy, a poor man, to accuse him in a public assembly of treason. In retaliation, the angry crowd stones to death the absent man’s three sons. Upon the rich man’s triumphant return he demands that the poor man’s three sons be executed. The poor man, citing a law that a false accuser should undergo the same penalty that the falsely accused would have suffered, objects that since the legal penalty for treason is death, it is he and not his sons who should rightly be killed. The rich man is the speaker. The dramatic situation that underlies declamation 11 offers some surprises. While the theme of rich man versus poor man is ubiquitous to the point of being parodied already in antiquity (e.g., Petron. 48), here we have a rare case where it is the poor man, not the rich, who acts unjustly, a situation unique to Latin declamation (23–26). Nor does the issue of discrepancy in financial situation emerge in any detail; n. 43 (2.4) discusses one instance, though even here wealth is equated with moral superiority. S. does not pursue the possible implications for why the virtuous rich man seems peculiar to Roman practice; perhaps one factor involves an unwillingness to test the status quo on the part of the educational program from which these declamations originate. GNOMON 4/89/2017

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Abstract

As a critical journal for all classical studies, the GNOMON fosters the links between the distinct classical disciplines. It has thus an exceptional position among the classical review journals and allows familiarization with research and publications in neighbouring disciplines. The reviews address an international readership from all fields in classical studies. The GNOMON publishes reviews in German, English, French, Italian and Latin.

The GNOMON is published in eight issues a year.

Zusammenfassung

Der GNOMON pflegt als kritische Zeitschrift für die gesamte Altertumswissenschaft die Verbindung zwischen den verschiedenen Disziplinen der Altertumswissenschaft. Er nimmt dadurch eine Sonderstellung unter den Rezensionsorganen ein und bietet die Möglichkeit, sich über wichtige Forschungen und Publikationen auch in den Nachbarbereichen des eigenen Faches zu orientieren. Die Rezensionen im GNOMON wenden sich an ein internationales Publikum, das aus allen Teilgebieten der Altertumswissenschaft kommt. Die Publikationssprachen im GNOMON sind: Deutsch, Englisch, Französisch, Italienisch und Lateinisch.

Der GNOMON erscheint acht Mal im Jahr.