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Michele Napolitano, Stylianos Chronopoulos: Spott im Drama. Dramatische Funktionen der persönlichen Ver-spottung in Aristophanes’ Wespen und Frieden. in:

Gnomon, page 6 - 13

GNO, Volume 93 (2021), Issue 2, ISSN: 0017-1417, ISSN online: 0017-1417, https://doi.org/10.17104/0017-1417-2021-2-6

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C.H.BECK, München
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E. A. Schmidt: Hutchinson, Motion in Classical Literature 102 Elementen/Körpern, S. – ). Verf. beachtet Bewegungsverben mit verschiedenen Präverbien und vergleicht sie mit ihrem Gebrauch bei anderen Autoren (S. ). Die Aufmerksamkeit auf die Bewegung führt nicht überall zu einem vertieften Verständnis der Texte. Im ganzen aber ergibt sich: Die neue Fragestellung vermag Schönheit und Bedeutung auch wohlbekannter und oft behandelter Texte zu vertiefen; das Buch verwandelt den Blick, fügt dem Umgang mit Literatur eine neue Perspektive zu und regt an, beim Lesen nicht nur antiker Texte sondern auch neuzeitlicher Literatur1 diese Blickrichtung einzubeziehen. Tübingen Ernst A. Schmidt * Stylianos Chronopoulos: Spott im Drama. Dramatische Funktionen der persönlichen Verspottung in Aristophanes’ Wespen und Frieden. Heidelberg: Verlag Antike 2017. 343 S. (Studia Comica. 6.) 80 €. «The political or personal seriousness of Aristophanes in his comedy is […] the great question of modern comic scholarship», osservava Ian Storey nel 1993,2 evidenziando un dato di fatto che, vero allora, non è meno indiscutibile oggi, considerata la mole di riflessioni che in questo ultimo quarto di secolo si è andata instancabilmente addensando, nella letteratura sulla Archaia, intorno alla questione rappresentata dalla natura dell’attacco comico.3 Il volume che qui si recensisce torna sul problema della Verspottung aristofanea in una chiave in buona parte nuova: del che va reso merito all’autore, Stylianos Chronopoulos (d’ora in avanti C.), formatosi prima a Atene, poi nell’officina comica friburghese sotto la guida di Bernhard Zimmermann, e adesso Mitarbeiter del progetto di commento integrale ai frammenti comici (‘Kommentierung der Fragmente der griechischen Komödie’, abbreviato con la sigla ‘KomFrag’) intrapreso, sotto la guida dello stesso Zimmermann, nel 2011. 1 Am Ende der ‘Conclusion’ betrachtet Verf. Tolstois ‘Krieg und Frieden’ (den Originaltext; russische Zitate): Bewegungen Nataschas, von Armeen, in der Geschichte der Menschheit. 2 I. C. Storey, ‘The Dates of Aristophanes’ Clouds II and Eupolis’ Baptai: A Reply to E. C. Kopff’, AJPh 114, 1993, 82 n. 32 (citato da Chronopoulos a p. 21 n. 31). 3 Su natura e prerogative della politicità della Archaia si veda il recente riesame di S. D. Olson, ‘Comedy, Politics, and Society’, in G. W. Dobrov (ed.), ‘Brill’s Companion to the Study of Greek Comedy’, Leiden – Boston 2010, 35–69. Alla Verspottung comica è stato dedicato, in tempi non troppo lontani, un intero convegno, i cui atti si trovano pubblicati in A. Ercolani (Hrsg.), ‘Spoudaiogeloion. Form und Funktion der Verspottung in der aristophanischen Komödie’, Stuttgart – Weimar 2002 (Drama. 11). Contributi importanti sono giunti, di recente, anche da ambiti diversi da quello delle scienze dell’antichità: mi limiterò qui a ricordare la preziosa serie di saggi contenuti in uno dei più stimolanti volumi aristofanei usciti in questi ultimi anni, J. J. Mhire – B.-P. Frost (eds.), ‘The Political Theory of Aristophanes. Explorations in Poetic Wisdom’, Albany 2014, frutto degli sforzi di un gruppo costituito in massima parte da scienziati e teorici della politica. Tra i lavori più recenti apparsi a stampa sul tema segnalerei almeno, per i buoni spunti di riflessione che contiene, D. Sells, ‘Parody, Politics and the Populace in Greek Old Comedy’, London – New York 2019. Fresco di stampa, infine, R. M. Rosen – H. P. Foley (eds.), ‘Aristophanes and Politics. New Studies’, Leiden – Boston 2020 (Columbia Studies in the Classical Tradition. 45). GNOMON 2/93/2021 M. Napolitano: Chronopoulos, Spott im Drama 103 Il libro, dopo una sezione introduttiva dedicata alla messa a fuoco di alcune questioni di ordine generale, a partire da quella, centrale, costituita dalla definizione di prerogative e confini dell’ὀνομαστὶ κωμῳδεῖν, si articola in tre parti, a tal punto bilanciate da occupare ognuna un centinaio di pagine circa delle poco più di trecento delle quali il libro si compone. La prima di queste tre sezioni esplora i meccanismi del κωμῳδεῖν mettendoli a reagire con quelli che determinano il funzionamento della λοιδορία retorica, della derisione rituale e dello σκῶμμα simpotico: categorie che, pur riconosciute tangenti rispetto all’attacco personale comico, vengono opportunamente distinte da quest’ultimo sulla base di considerazioni fondate sull’analisi delle funzioni e dei contesti, con buon equilibrio nel mettere a profitto i diversi approcci impostisi negli studi rispetto al problema rappresentato dal segno più o meno politico della Verspottung comica. La seconda e la terza parte sono dedicate ciascuna a una commedia, le Vespe prima, la Pace poi: vere e proprie riletture complessive, condotte alla luce dei risultati messi a punto nella sezione di taglio teorico. Chiudono il volume una serie di brevi appendici di carattere prosopografico, una bibliografia1 e due indici (passi discussi e cose notevoli). Dicevo della novità dell’approccio di C. al problema della Verspottung comica, novità che è da isolare, più ancora che nell’intenzione, tenacemente perseguita, di sottrarre lo studio dell’ὀνομαστὶ κωμῳδεῖν alle angustie della prosopografia,2 nel proposito di funzionalizzarne l’indagine alla ricostruzione dei meccanismi drammaturgici che delineano, in termini di volta in volta diversi, le pièces delle quali l’ὀνομαστὶ κωμῳδεῖν è ingrediente, a partire dalla configurazione dei personaggi che vi si muovono in scena. Naturalmente, il libro di C. è ricco di informate notazioni di taglio prosopografico, né potrebbe essere diversamente, in relazione a un oggetto di studio che pretende di essere affrontato senza cedimenti di sorta a tentazioni impressionistiche. Quel che appare nuovo nel libro di C. è, soprattutto, il tentativo di inserire la costellazione di attacchi personali che contrappunta il dipanarsi dell’azione comica all’interno di un quadro organico: un tentativo che presuppone l’idea che l’attacco comico, al di là dei suoi inevitabili addentellati con il contemporaneo contesto storico e sociale, sia da considerare in primo luogo, come 1 Una bibliografia, dichiaratamente selettiva (si veda il ‘Vorwort’, a p. 9), e del resto molto ricca e aggiornata, che non avrebbe senso integrare con titoli che non vi si trovano (le poche integrazioni che mi permetto di segnalare nel corso della recensione sono tutte relative a questioni specifiche). L’unica monografia che mi stupisco di non trovare ampiamente utilizzata da C., considerato l’argomento del volume, è quella di Nancy Worman, ‘Abusive Mouths in Classical Athens’, Cambridge – New York 2008. 2 Non sarebbe d’altronde, una novità assoluta, questa, essendosi affrancata da tempo l’indagine sulla Verspottung comica dalle preoccupazioni di carattere prevalentemente, o addirittura esclusivamente, prosopografico che ne hanno dominato a lungo il campo negli studi moderni dopo averne costituito il fulcro già nelle ricerche poste in essere dall’erudizione antica, almeno per quanto è dato di vedere da ciò che ne sopravvive, specialmente negli scolii: penso, solo per fare un esempio tra molti altri possibili, allo studio di Sommerstein sulle modalità di selezione dei komodoumenoi, che, ben più che una raccolta di dati prosopografici, si presenta come un tentativo, originale e riuscito, di indagare i criteri in base ai quali i comici sceglievano di prendere di mira alcuni individui e di risparmiarne altri (A. H. Sommerstein, ‘How to Avoid Being a Komodoumenos’, CQ n. s. 46, 1996, 327– 356). GNOMON 2/93/2021 M. Napolitano: Chronopoulos, Spott im Drama 104 si è appena detto, un «dramatisches Element […], das in Zusammenhang mit anderen dramatischen Elementen einer Komödie, vor allem mit der Handlung und den Charaktermerkmalen der komischen Figuren funktioniert», e sia dunque da studiare indagando «die verschiedenen ‘persönlichen Witze’ im Hinblick auf Motive und thematische Fäden der jeweiligen Komödie» (p. 27 s.). Il guadagno è indubbio: per quanto si possa discutere su questioni di dettaglio, l’idea che i molteplici punti di emersione, nella trama comica, di fenomeni di attacco personale, di diverso genere e di estensione variabile, sia da interpretare come una sorta di reticolo organizzato e predisposto non a caso, ma in funzione dei temi che le singole commedie si trovano di volta in volta a tematizzare e delle prerogative dei personaggi chiamati a rappresentarli, appare del tutto sana, allo stesso modo che l’attenzione con la quale, lungo tutto l’arco del volume, lo spazio del comico a teatro viene interpretato alla luce delle categorie che lo distinguono da altre e diverse forme di comico: penso, soprattutto, alle molte pagine dedicate alla dialettica tra spazio scenico e spazio extrascenico, ovvero tra il mondo fittizio che la commedia metteva in scena e la realtà storico-sociale intorno alla quale si disponeva e sulla quale tentava di riflettere, ma anche alle riflessioni dedicate al ruolo centrale giocato, nella configurazione del discorso comico di V secolo, dalla dimensione agonale che faceva da cornice alle rappresentazioni.1 Più ancora che lo studio delle commedie il cui fuoco polemico è integralmente rivolto contro singoli komodoumenoi (il Paflagone dei Cavalieri, ad esempio, o il Socrate delle Nuvole), a conquistare un senso inedito, nella prospettiva argomentata da C., è l’indagine dei fatti di attacco puntuale, salutarmente sottratti all’ambito dell’episodico, al quale sono di frequente derubricati. La netta separazione tra attacco organico e ‘Seitenhieb’, pur ben chiara a C., perde così con profitto molto del peso, certo eccessivo, che le è di regola attribuito negli studi sull’ὀνομαστὶ κωμῳδεῖν di V secolo, finendo per conservare legittimità assai più sul piano della gradazione, dell’intensità, che non su quello della funzione, che è invece a buona ragione considerata, per così dire, ‘unitaria’. In questa prospettiva, l’intero arsenale costituito dalle varie e diverse declinazioni dell’attacco comico (gli attacchi in grande stile, da un lato; la miriade di fatti di irrisione occasionale e cursoria, dall’altro), pur molto diversificato al suo interno a livello di impegno e di portata, si rivela come una sorta di gigantesco repertorio di strumenti argomentativi, funzionali tutti, ciascuno per la sua parte, alla configurazione complessiva del discorso comico-drammaturgico che li contiene: un approccio all’interno del quale perdono forza non solo le abituali distinzioni tra serio e faceto, tra banale e complesso, tra significativo e collaterale, tra impegnato e disimpegnato, ma anche, a monte, l’idea che i casi di attacco circoscritto, comprese le accumulazioni scommatiche seriali del tipo di quelle che si incontrano, in Aristofane e nei comici di V secolo, nelle parti liriche delle sezioni responsoriali di parabasi o in 1 Non infrequenti formulazioni davvero felici per lucidità e chiarezza. Per fare solo un esempio, si veda l’attacco di § 3.5 (p. 148): «Die Komödie unterstreicht die Bezüge zu der außerdramatischen Realität und verweist zugleich auf die Welt der theatralischen Performance; sie kreiert dadurch eine fiktive Welt, die einerseits den Eindruck erweckt, dass sie ständig bewusst auf die reale Welt referiert, und die andererseits diese reale Welt in die Welt der komischen Fiktion einbettet und somit umwandelt. Die persönliche Verspottung ist […] eines der Elemente, durch welche die Verankerung der komischen Fiktion in der Realität der Polis vollzogen wird». GNOMON 2/93/2021 M. Napolitano: Chronopoulos, Spott im Drama 105 passi quali il gephyrismos delle Rane, siano liquidabili come una sorta di pedaggio che la commedia, pervenuta a maturità, avrebbe continuato a pagare alle sue origini rituali.1 A integrazione di quanto discusso da C., vale la pena di mettere in evidenza il fatto che la psicologia sociale, e in particolare la teoria socio-cognitiva, hanno messo a punto, in questi ultimi anni, utili strumenti di analisi quanto alla differenza che intercorre, nei procedimenti di messa in parodia, specie in ambito politico, tra attacco ‘di superficie’ e attacco ‘profondo’. Si veda, ad esempio, quanto osservano Francesca D’Errico e Isabella Poggi a conclusione di un loro lavoro del 2013 (F. D’Errico – I. Poggi, ‘‹The Bitter Laughter›. When Parody Is a Moral and Affective Priming in Political Persuasion’, Frontiers in Psychology, August 2016, Volume 7, Article 1144): «Different from serious criticism, by using the weapon of humor the parody induces positive emotions, amusement and laughter […]. Yet, […] while viewing a surface parody one is induced to a light level of frame shift, being exposed to deep parody requires a more radical change of perspective that forces the Addressee to climb to a higher level of generality; this ends up with attributing the negative evaluation borne by the parody not only to its specific Target […] but to a superordinated category that includes him/her but goes beyond. […] The deep parody, then, beside requiring more sophisticated processing in both production and comprehension, also has a deeper impact on the persuasive side, and thus the laughter it elicits has a bitter flavor» (il passo citato proviene da p. 12). I casi di Verspottung in grande stile del tipo di quelli, già ricordati, condotti da Aristofane nei Cavalieri contro Cleone, o contro Socrate nelle Nuvole, o ancora contro Euripide nelle Tesmoforiazuse, sono senza alcun dubbio casi di ‘deep parody’ tanto in forza delle strategie di deformazione messe in atto a danno dei personaggi presi di mira quanto per il loro produrre ricadute riconducibili a quelle descritte da D’Errico e Poggi: il Cleone dei Cavalieri rappresenta, oltre che se stesso, l’intera categoria dei democratici radicali, proprio come il Socrate delle Nuvole sta per l’intera categoria dei sofisti, alla quale è da Aristofane più o meno indebitamente ascritto; il ‘riso amaro’ che ne discende è conseguenza della particolare forza persuasiva del contesto. Chi aderisca alla prospettiva di C. e sia pronto, per conseguenza, a riconoscere ai procedimenti di Verspottung cursoria effetti di gran lunga eccedenti i limiti circoscritti dei singoli attacchi, potrà sussumere tali procedimenti sotto le coordinate della ‘surface parody’ solo in relazione agli effetti immediati di divertita distensione che essi erano destinati a produrre nel pubblico delle commedie, guardandosi però dallo svalutarne, a un tempo, la portata quanto al complessivo impianto drammaturgico del quale sono di volta in volta parte: un elemento di riflessione che dovrebbe servire a rendere molto cauti quanto alla possibilità di sovrapporre con eccessiva disinvoltura il discorso comico di V secolo a fenomeni moderni quali la parodia e la satira politica, che sembrano funzionare in modo molto diverso. Data la natura dell’indagine svolta da C., che imporrebbe di soffermarsi analiticamente su ogni singolo caso di studio, mi è impossibile qui, per ovvie ragioni di spazio, affrontare, anche solo cursoriamente, i termini in cui le linee teoriche configurate nella prima sezione del libro vengono funzionalizzate, nel seguito, all’interpretazione delle due commedie-campione prese in esame (Vespe e Pace, come si diceva). Mi limiterò a dire, cercando di isolare l’essenziale, che nel caso delle Vespe il fitto sistema di attacchi ad hominem che emergono fin dai primi versi della commedia è 1 Da qui le riflessioni dedicate alle differenze che intercorrono tra σκῶμμα rituale e Verspottung comica svolte alle pp. 86–95: riflessioni, preziose, che avrebbero potuto forse trarre ulteriore profitto dall’ampio riesame delle forme più antiche e aurorali di spettacolarità comica fornito di recente da D. Wannagat, ‘Archaisches Lachen. Die Entstehung einer komischen Bilderwelt in der korintischen Vasenmalerei’, Berlin – Boston 2015 (Image & Context. 3). GNOMON 2/93/2021 M. Napolitano: Chronopoulos, Spott im Drama 106 interpretato in funzione della progressiva metamorfosi del vecchio Filocleone da ardente partigiano di Cleone a suo acerrimo nemico, in un quadro che isola il ‘tema comico’ della pièce, più ancora che nel motivo dell’ossessione dicastica, in quello, appunto, della Verwandlung indotta, nel vecchio, dal grottesco procedimento paideutico al quale è sottoposto dal figlio.1 La Pace, dal canto suo, è indagata, con molta finezza, più nelle sue linee di tensione che alla luce dei motivi di ricomposizione che ne delineano in superficie la cornice: alla situazione ‘liminale’,2 di passaggio, che la Pace inscena fino al culmine, liberatorio e gioioso, del finale gli attacchi personali, apparentemente slegati, si rivelano portatori di un contributo decisivo, anche in relazione alla configurazione del protagonista Trigeo, appunto in virtù del certosino impegno profuso da C. nell’individuazione di elementi comuni, di fattori di collegamento, di richiami a distanza tra i diversi casi di ὀνομαστὶ κωμῳδεῖν presi in esame.3 Qui di seguito alcune note di lettura su punti di dettaglio. P. 37 s.: particolarmente brillante la discussione del cosiddetto gephyrismos delle Rane (420–434), nel quale C. vede, a ragione, la sovrapposizione di esigenze legate alla configurazione del coro comico ‘maturo’ alle coordinate tipiche di un preesistente uso rituale: accogliendo l’idea del contatto tra le due sfere (quella 1 Notevoli, tra tutte, le pagine dedicate ai due successivi simposi ai quali Filocleone prende parte, da ‘allievo’ del figlio, sulla via della trasformazione in buon aristocratico alla quale tende il percorso paideutico impostogli da quest’ultimo (§ 3.3.2 [133–140]; § 3.4 [143–147]): il simposio fittizio dei vv. 1208–1249 e quello, retroscenico, a casa di Filoctemone, raccontato dal servo Santia, appena terminata l’esecuzione della parabasi secondaria, ai vv. 1299–1323. Notevoli specie in forza della tenace indagine di taglio prosopografico alla quale sono sottoposti i personaggi che vi prendono parte e, ancor più, per l’impegno posto nel tentativo di mettere in relazione la composizione dei due simposi con il loro segno politico, in funzione di un’interpretazione in buona misura originale del cambio di direzione impresso dopo agone e parabasi, nel momento di svolta della commedia, al rapporto che lega a Cleone il padre, da un lato, e il figlio, dall’altro. La questione meriterebbe di essere discussa a fondo: potrò forse tornarci sopra in altra sede. Qui mi sia lecito, intanto, segnalare come la discussione relativa al primo simposio non possa prescindere da quello che resta, a mio modo di vedere, uno dei contributi più importanti che gli siano stati dedicati in questi ultimi decenni, ovvero M. Vetta, ‘Un capitolo di storia di poesia simposiale (per l’esegesi di Aristofane, ‹Vespe› 1222–1248)’, in Id. (a c. di), ‘Poesia e simposio nella Grecia antica. Guida storica e critica’, Roma – Bari 1983, 117–131 e 149–155 (note), a torto trascurato, invece, da C. 2 C. parla a più riprese, per la Pace, di «Liminalität», ma anche di «liminale Übergangssituation» o di «liminale Situation». 3 Penso, solo per fare un esempio tra molti altri possibili, alle preziose riflessioni dedicate al trattamento di Iperbolo nelle diverse fasi della commedia, fino all’abrupto renversement dell’esodo, per il quale C. avanza una spiegazione molto convincente (vd. § 4.5.1.2 [232 s.] e poi, per il finale, §§ 4.7 e 4.8 [269–280]); particolarmente felice l’esegesi della chiamata in causa di Iperbolo nell’esodo (pp. 275–280), che C. legge non come recupero di una dimensione rituale arcaica (la Vertreibung del capro espiatorio), ma in chiave strettamente scenico-drammaturgica, oltre che politica. Che C. non proceda per compartimenti stagni, distinguendo, cioè, ciò che merita di essere distinto, ma essendo in grado di mettere in rilievo con proprietà, a un tempo, i molti punti di convergenza, in Aristofane, di ambiti distinti, rintracciando appunto in questo convergere una delle prerogative più tipiche del suo discorso, emerge con chiarezza proprio dall’esegesi dei vv. 601–728 della Pace, che rappresentano uno splendido esempio di coinvolgimento, in unico e coerente contesto, di tre piani diversi: quello politico ‘serio’, nel discorso di Hermes; quello dell’attacco personale, nella densa sequenza scommatica che gli fa seguito (Cleone; Cleonimo; Iperbolo; Sofocle; Cratino); quello dell’oscenità festiva che caratterizza i vv. 706–728 (si veda soprattutto p. 269 s.). GNOMON 2/93/2021 M. Napolitano: Chronopoulos, Spott im Drama 107 rappresentata dallo σκῶμμα rituale di ambito eleusinio, da un lato; quella incarnata, dall’altro, dall’attacco personale comico), ma sottolineando a un tempo, con ragione, il procedimento di Umkehrung al quale, nel nuovo contesto comico, la pratica del gephyrismos viene sottoposta (nei versi delle Rane la Verspottung seriale parte dal coro di iniziati, mentre il rituale eleusinio prevedeva che gli iniziati ne fossero il bersaglio). Resta, certo, il dubbio che il passo sia da intendere, piuttosto che in chiave di riproposizione comica del gephyrismos eleusinio, come «an example of ‘iambic’ traditions of abuse which were typical of comedy itself», secondo quanto suggerisce Halliwell in un passo ben presente a C., che lo discute a p. 38 n. 17 (S. Halliwell, ‘Greek Laughter. A Study of Cultural Psychology from Homer to Early Christianity’, Cambridge 2008, 214). Nel qual caso l’idea della Umkehrung cadrebbe per lasciare posto, semmai, a ipotesi di ripresa di forme arcaiche di invettiva personale, non solo specificamente giambica (penso, ad esempio, ai φαλλοφόροι descritti da Semo di Delo nel suo perduto trattato Περὶ παιάνων [apud Athen. XIV p. 622 C-D]: un passo che C. tratta a p. 88), che potrebbe essere ragionevole chiamare in causa, come è del resto accaduto a più riprese, negli studi, in relazione non solo a questo specifico passo delle Rane, ma a tutti i casi comici di accumulazioni scommatiche. P. 50: la parafrasi del passo della Retorica di Anassimene (35, 17) citato da C. in relazione al problema costituito dall’identificazione delle differenze intercorrenti tra le prerogative specifiche della loidoria retorica e quelle tipiche della Verspottung comica sembra soffrire di un fraintendimento, almeno per quanto attiene all’ultimo periodo, che in greco corre come segue: τὰ μὲν γὰρ σκώμματα στοχάζεται τῆς ἰδέας ἢ τῆς οὐσίας· οἱ δὲ λόγοι τῶν ἠθῶν καὶ τῶν τρόπων εἰσὶν οἷον εἰκóνες. Per C. la pericope andrebbe intesa nel senso che solo la «Darstellung des Lebens des Gegners», evocata appena prima (διεξιέναι τὸν βίον αὐτοῦ), sarebbe adeguata a realizzare il «Ziel der rhetorischen Angriffe ad hominem», consistente nel persuadere il pubblico e nel colpire con efficacia, a un tempo, il bersaglio dell’attacco, «weil sie sich am Inhalt (οὐσία) und nicht an der Form (ἰδέα) orientiere, wie das σκῶμμα, bei dem die komischen Elemente überwiegen». Il passo andrà invece tradotto, più semplicemente, nei termini in cui lo rendeva, a suo tempo, Rackham: «since scoffs are aimed at men’s appearance or their possessions, but narratives mirror their characters and manners» (‘Aristotle. Problems. II. Books XXII–XXXVIII. With an English Translation by W. S. Hett. Rhetorica ad Alexandrum. With an English Translation by H. Rackham’, London – Cambridge, Mass. 1957, 413). Da un lato, cioè, il carattere superficiale dello σκῶμμα comico, che si risolve tutto nella messa alla berlina dell’aspetto esteriore del bersaglio (ἰδέα) e dei suoi beni (οὐσία); dall’altro, la natura sostanziale e profonda della loidoria retorica, che, coinvolgendo la sfera etica (ἤθη e τρόποι), colpisce al cuore. P. 153 s.: la discussione del possibile ruolo di Alcibiade nel raddoppio del φόρος in relazione al senso dell’attacco di cui quest’ultimo è vittima ai vv. 44–46 del prologo delle Vespe insiste sulla possibilità, proposta da Develin e accolta da C. con convinzione (a p. 154 la possibilità è giudicata «sehr wahrscheinlich», e la proposta di Develin è valutata come «überzeugend» [ibid. n. 132]), che tale intervento sia da immaginare databile al 425/4. Se le cose stessero così, il coinvolgimento scommatico di Alcibiade acquisirebbe un senso pregnante in relazione al discorso critico sull’istituto del φόρος e sulla sua gestione da parte di Cleone svolto a più riprese nel corso della commedia, specialmente nell’agone. Ma Alcibiade nel 425/4 (in tempo, dunque, per le Vespe) era forse ancora troppo giovane per poter essere immaginato responsabile di un provvedimento del genere: giustamente cauto, da ultimo, Cobetto Ghiggia nel commento alla fonte principale della notizia, [And.] 4, 11, ove la questione è affrontata con dovizia di dettagli, anche bibliografici (‘[Andocide]. Contro Alcibiade. Intr., testo crit., trad. e comm. a c. di P. Cobetto Ghiggia’, Pisa 1995, 199 s.). P. 208 n. 38: l’idea che la paroimia Λυδὸς ἐν μεσημβρίᾳ (Zenob. III 141 = Diogen. VI 18 ecc.), chiamata in causa da C. in relazione ai versi della Pace (289–291) nei quali si evoca il ‘canto di Datis’, sia da ricondurre a un verso di Strattis, formulata da Schöll e accolta da Wilamowitz (‘Timotheos. Die Perser’, Leipzig 1903, 43 n. 1) «ohne weitere bibliographische Angabe» (così C., ibid.), è in F. Schöll, ‘Zu den sogenannten Proverbia Alexandrina des Pseudo-Plutarch (cod. Laur. pl. 80, 13)’, in ‘Festschrift zur Begrüssung der in Karlsruhe vom 27.–30. September 1882 tagenden XXXVI. Philologen-Versammlung’, Freiburg i. Br. – Tübingen 1882, 50 (lo divinava GNOMON 2/93/2021 M. Napolitano: Chronopoulos, Spott im Drama 108 con il consueto, ottimo intuito, C. Orth, ‘Strattis. Die Fragmente. Ein Kommentar’, Berlin 2009 [Studia Comica. 2], 290 n. 497, dichiarando però a un tempo di non essere riuscito a verificare l’esattezza della sua intuizione; sulla questione si veda adesso anche L. Fiorentini, ‘Strattide. Testimonianze e frammenti’, Bologna 2017 [Eikasmos – Studi. 29], 289–291). Vale la pena di notare che i citati versi della Pace tolgono, credo, ogni dubbio quanto al fatto che l’akolasia dei pastori della quale si fa parola nella paroimia sia da riferire anch’essa, come nel caso di Datis, a pratiche di masturbazione (di diverso avviso Lelli in E. Lelli [a c. di], ‘I proverbi greci. Le raccolte di Zenobio e Diogeniano’, Soveria Mannelli 2006, 510 n. 508, il quale ritiene che la paroimia alluda invece «alle abitudini di pastori e bovari di intrattenere rapporti sessuali con i loro animali»). P. 270 s.: in relazione a quanto C. argomenta a proposito del coinvolgimento di Cratino nei vv. 700–703 della Pace, se l’idea che il vecchio poeta fosse ancora vivo ai tempi della rappresentazione della Pace, e sedesse dunque forse in teatro, è certo da considerare più che plausibile; se per conseguenza la morte della quale si parla nei versi in questione è da considerare una morte metaforica, da intendere relativa all’esaurimento dell’attività poetica di Cratino, il problema rappresentato dall’evocazione dell’invasione dei Laconi a v. 700 s. (ἀπέθανεν / ὅθ᾽ οἱ Λάκωνες ἐνέβαλον) resta irrisolto anche a voler pensare che i versi aristofanei alludano velatamente alla Pytine, la cui rappresentazione è di ben tre anni successiva al 426, anno dell’ultima invasione dei peloponnesiaci in Attica. Una possibile soluzione fu prospettata da Mastromarco in un articolo del 2002 al quale C. manca di fare ricorso (G. Mastromarco, ‘L’invasione dei Laconi e la morte di Cratino (Ar. Pax, 700–703)’, in L. Torraca [a c. di], ‘Scritti in onore di Italo Gallo’, Napoli 2002, 395–403): la commedia alla quale Aristofane alluderebbe sarebbe da individuare non nella Pytine, secondo quanto proposto di recente da Edith Hall (seguita da C.), e neanche nei Laconi di Platone Comico, come suggerito a suo tempo da Cobet, ma nei Laconi del medesimo Cratino, che Mastromarco propone di datare nell’arco di tempo che va dalla rappresentazione della Pytine a quella della Pace. Una soluzione che, per quanto ovviamente del tutto ipotetica, e dunque ampiamente discutibile, è però fondata, ben a ragione, sull’esigenza di armonizzare l’idea (accolta anche da Mastromarco) che la morte di Cratino sia da considerare in chiave di metafora col fatto che essa sia da Aristofane espressamente collegata all’invasione dei Laconi: un problema che il ricorso alla Pytine, come ho detto, non è in grado di risolvere. Nonostante qualche eccesso di sottigliezza, e alcuni isolati punti di dissenso su questioni di dettaglio, del resto inevitabili, il complesso dei risultati ai quali C. perviene appare a me perfettamente convincente. È, questo, un libro originale e intelligente,1 destinato, se pronostico bene, a produrre frutti significativi, in futuro, ove 1 Intelligente, direi, anche per la miscela di solida institutio e apertura di mente che ne contrappunta la trama. Così, se il volume è letteralmente costellato di discussioni di dettaglio di taglio tradizionale, volte a chiarire ora problemi di natura testuale, ora questioni di ordine prosopografico, ora fatti formali, il quadro d’insieme trae indubbio beneficio, specie per quanto attiene alle fondamenta teoriche che ne sorreggono l’impianto complessivo, dal ricorso, lucido e aggiornato, a strumenti messi a punto fuori dello specifico ambito delle scienze dell’antichità (penso soprattutto alla moderna teoria della comunicazione, all’antropologia culturale, alla teoria del teatro e del performativo, alle scienze sociali). Qui di seguito una breve rassegna selettiva, messa insieme scorrendo la sezione iniziale del libro: gli studi relativi ai meccanismi generali della satira elencati e discussi a p. 22 n. 33 (ma si veda anche p. 53 n. 66 per utili precisazioni sull’antitesi «Gefahr/Nützlichkeit», di nuovo nel campo della satira); gli studi di Goffman e Pfister sull’interazione, nei generi teatrali, tra spazio scenico e realtà extrascenica (p. 30 n. 1); quelli di Luckmann sulle «kommunikative Gattungen» (p. 30 n. 2); i lavori di Turner sulla coppia ‘drammi sociali’/‘drammi culturali’ (p. 40), che torna a essere discussa a fondo alle pp. 77–82 (§ 2.4.3.4: ‘Komödie und Rhetorik: Bühnen- und Soziale Dramen’); la messa a punto della categoria di ‘discourse’, che prende le mosse da Foucault per arrivare a Hall e a Brooker (p. 43 n. 31); la nozione di ‘zero-sum systems’ GNOMON 2/93/2021 M. Napolitano: Chronopoulos, Spott im Drama 109 coloro che vorranno tornare a studiare il fenomeno della Verspottung comica siano pronti a fare tesoro delle prospettive ermeneutiche complessive e delle molte intuizioni di dettaglio che vi si trovano disseminate, in vista di una più che mai necessaria rilettura complessiva di forme e funzioni dell’attacco personale comico di V secolo che estenda il suo campo all’analisi dell’intero corpus delle commedie di Aristofane e, ove possibile, ai frammenti. Al libro e al suo autore, dunque, tutta la fortuna che meritano. Cassino Michele Napolitano * Benedikt Strobel, Georg Wöhrle (Hrsgg.): Angewandte Epistemologie in antiker Philosophie und Wissenschaft. Trier: Wissenschaftlicher Verlag Trier 2016. 243 S. 8 Abb. (Antike Naturwissenschaft und ihre Rezeption. Einzelschriften. 11.) 30 €. Der Band versammelt die Beiträge zu einer Tagung, die 2014 in Trier stattgefunden hat. Er umfasst vier Beiträge in deutscher und sechs Beiträge in englischer Sprache, mit einer Ausnahme sämtlich verfasst von männlichen Autoren. In ihrem kurzen Vorwort unterscheiden die Herausgeber zwischen ‘allgemeiner’ und ‘angewandter’ Epistemologie; Thema der Letzteren sind demgemäß «die spezifischen Bedingungen für Wissen und Wissenserwerb in den einzelnen Wissenschaften und philosophischen Disziplinen» (3). Der Band ist somit auf thematische Diversität angelegt. Eine gewisse Systematik ergibt sich durch die Konzentration auf Aristoteles, dem sechs der zehn Beiträge gewidmet sind: Aristoteles reflektiert die epistemologische Diversität der Disziplinen mit der Forderung nach ‘einschlägigen’ Erklärungsprinzipien (dazu der Beitrag von Joosse). Es folgen fünf Beiträge zu einzelnen Bereichen bei Aristoteles: zur Unterscheidung zwischen Naturwissenschaft und Mathematik (Odzuck); zu der ‘chemischen’ Abhandlung in der Meteorologie (Zikou); zur Zulässigkeit von Ausnahmen bei Wesenszuschreibungen in der Biologie (Sandstad); zum Status ethischer Prinzipien (Karbowski) und zur Diskussion des Solonschen Paradoxons in EN I (Turner). Dass ein zwischen Biologie und Ethik eingeschobener Beitrag zur Medizin die Reihe der Beiträge zu Aristoteles unterbricht, ist durchaus nicht abwegig; dass dieser Beitrag (von Hübner) vor allem den Rückgriff der kaiserzeitlichen Astrologie auf die Medizin als ‘Modellwissenschaft’ behandelt, ist an dieser Stelle des Bandes überraschend. Es folgen Beiträge über den epistemologischen Status der Nautik bei Platon und Aristoteles (Dunsch) und der Mechanik bei Archimedes evocata a p. 56 con rinvio a Gouldner; il riferimento allo studio di Grimes sulle diverse tipologie di ‘esperienza rituale’ (p. 86 n. 161) e quelli, appena oltre, al libro di Burke sulla ‘Popular Culture in Early Modern Europe’ (p. 86 n. 163) e a Huizinga, ‘Homo ludens’ (p. 87 n. 166). Utili, anche bibliograficamente, alcune indicazioni su una serie di questioni più specificamente relative a Aristofane e alla commedia di V secolo: p. es. composizione del pubblico (p. 66 s.); allocuzioni al pubblico (p. 156 n. 135); giuramenti (p. 161 n. 158); rottura dell’illusione scenica (p. 165 n. 170). Tra i pregi del volume segnalerei, inoltre, la chiarezza estrema del dettato, che evita regolarmente ambiguità per andare al sodo (giudiziosa, sotto questo punto di vista, la scelta di coronare ogni singolo paragrafo con brevi sezioni riassuntive, che aiutano il lettore a mettere a fuoco l’essenziale di quanto si è argomentato nelle pagine precedenti). Solo un cenno ai refusi: non troppi, certo, ma forse appena più numerosi del giusto. GNOMON 2/93/2021

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Abstract

As a critical journal for all classical studies, the GNOMON fosters the links between the distinct classical disciplines. It has thus an exceptional position among the classical review journals and allows familiarization with research and publications in neighbouring disciplines. The reviews address an international readership from all fields in classical studies. The GNOMON publishes reviews in German, English, French, Italian and Latin.

The GNOMON is published in eight issues a year.

Zusammenfassung

Der GNOMON pflegt als kritische Zeitschrift für die gesamte Altertumswissenschaft die Verbindung zwischen den verschiedenen Disziplinen der Altertumswissenschaft. Er nimmt dadurch eine Sonderstellung unter den Rezensionsorganen ein und bietet die Möglichkeit, sich über wichtige Forschungen und Publikationen auch in den Nachbarbereichen des eigenen Faches zu orientieren. Die Rezensionen im GNOMON wenden sich an ein internationales Publikum, das aus allen Teilgebieten der Altertumswissenschaft kommt. Die Publikationssprachen im GNOMON sind: Deutsch, Englisch, Französisch, Italienisch und Lateinisch.

Der GNOMON erscheint acht Mal im Jahr.