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Franco Bellandi, Christine Schmitz: Juvenal. in:

Gnomon, page 27 - 37

GNO, Volume 93 (2021), Issue 2, ISSN: 0017-1417, ISSN online: 0017-1417, https://doi.org/10.17104/0017-1417-2021-2-27

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C.H.BECK, München
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R. Ferri: Mantovani, Les juristes écrivains de la Rome antique 123 for a long time the main reference text for the study of Roman private law, Gaius’ work was replaced and virtually obliterated by Justinian’s Institutiones, until by a stroke of luck a late-antique palimpsest with its text came to light in Verona’s Biblioteca Capitolare in 1816. M. takes the reader through a history of the conflicting interpretations of this text, culminating, from his assumed viewpoint, in Fuhrmann’s 1960 monograph ‘Das systematische Lehrbuch’, the first to do justice to Gaius by providing an exact term for comparison in the tradition of the didactic book. M. capitalizes on Fuhrmann’s discovery bringing into even sharper focus the educational role of the work in antiquity, of which we have evidence in the Greek marginalia found in an Egyptian papyrus fragment of books 3 and 4, PSI xi.1182, and in various abridgements and paraphrases (e.g. the Fragmenta Augustodunensia) and some stylistic features of its isagogic style (pp. 214–219), namely Gaius’ procedure of presenting in antithetical pairs a rule and its apparent, sometimes paradoxical, exceptions. Pisa Rolando Ferri * Christine Schmitz: Juvenal. Hildesheim/Zürich/New York: Olms 2019. 248 S. (Studienbücher Antike. 16.) 22 €. Dopo l’interessante volume del 2000, dedicato a un aspetto specifico dell’opera di Giovenale (= G.) (‘Das Satirische in Juvenals Satiren’, Berlin-New York 2000), Ch. Schmitz (= Sch.) torna con un agile saggio di carattere generale su questo autore, fornendone un ritratto aggiornato e di gradevole leggibilità. Il libro si articola in 6 sezioni. La prima (pp. 11–43) si suddivide in due capitoli strettamente connessi, relativi l’uno alla ‘persona-Theorie’ e l’altro alla ‘Juvenals Vita’ (si noti l’ordine della trattazione), nel tentativo di delineare un attendibile ritratto di G. sia «innerhalb» che «außerhalb seines Textes». a) Sch. sembra volersi ricavare una sua ‘terza’ via (pp. 25, 29) tra il biograficismo screditato di Highet e la concezione ‘estremistica’ della persona di Braund, che fa dell’ ‘Io parlante’ o del ‘Satirico’ un personaggio propriamente drammatico, da cui il lettore deve prendere le opportune distanze: Sch., pur inclinando con qualche aggiustamento per questa seconda opzione, concede che la situazione è più complessa (o più semplice?) di così e che bisogna tener conto anche della possibile presenza di elementi autobiografici (uno degli ‘ingredienti’ della ‘ricetta’ satirica; p. 25). In ogni caso, per Sch. non sono pochi gli ‘Ichs’ che appaiono nel testo, in un cangiante ‘Rollenspiel’ che apre alla lettura uno spettro di possibili «Perspektivierungen» (pp. 24 s. e 27–30): il Satirico è ‘proteiforme’ (cf. p. 45) e la satira è un «elusive genre», secondo la definizione di Classen (cf. p. 57). Resta in realtà da stabilire cosa si intenda con il termine ‘polivalente’ di persona (p. 19 ss.): il concetto in questione nasce dalla retorica, ma non è certo detto che l’Io che parla in primo piano o in superficie debba per forza essere un personaggio da cui si chiederebbe al lettore di distanziarsi criticamente. L’adozione della prima persona può essere anche (o soltanto) un modo di atteggiare i contenuti in modo da conferire loro particolare efficacia GNOMON 2/93/2021 F. Bellandi: Schmitz, Juvenal 124 psicagogica.1 Nonostante non manchi qualche accenno nella giusta direzione (p. 29 e 31 s.), mi sembra che Sch. non dia tutto il rilievo che merita al peso d i s t o r s i v o che l’illusione anacronistica del ‘politically correct’ ha avuto nella genesi e nello sviluppo di questa teoria (troppo fortunata, specie negli Stati Uniti e, in genere, nella critica anglosassone). A G. è stata imposta una violenta operazione di Purifizierung al fine di liberarlo di tutti quei tratti che sono sgradevoli per ‘noi’ (misoginia, omofobia, xenofobia, ecc.) e che vengono perciò spostati al suo Doppelgänger, opportunamente reso ‘brutto e cattivo’.2 Anche a questo proposito Sch. oscilla sempre alla ricerca di una via mediana tra le varie posizioni ma, a mio parere, non sembra riuscire sempre a trovarla. Vd. anche quanto si dice sotto sulla funzione di Umbricio nella sat. 3 e sulla presenza o il tasso di misoginia nella sat. 6. b) Passando alla ‘Juvenals Vita’, Sch. sembra privilegiare il 60 d. C. come data di nascita (vd. p. 36 e la quarta di copertina), ma non senza mostrare qualche indulgenza di troppo verso la datazione tarda proposta da R. Syme (e seguaci), che fa nascere G. nel 67 d. C. (cf. Kissel 2013, 65 s.). Il problema non è tanto la data di nascita in sé (che appare comunque molto bassa),3 ma il fatto che, in realtà, una tale datazione è stata caldeggiata con un fine ben preciso e poco credibile, ovvero per poter spostare in basso la composizione di t u t t e le satire agli ultimissimi anni di Traiano o addirittura (e meglio per chi vuole far dipendere pesantemente G. da Tacito) per poterle dichiarare tutte scritte sotto Adriano.4 Sch. colloca poi la morte di G. addirittura nel 140–150 d. C., accettando evidentemente la discutibile notizia delle Vitae (pur screditate a p. 30, cf. 40), che fanno morire G. octogenarius o più specificamente – come dice la sola Vita IV Jahn – Antonino Pio imperatore (60 d.C. + 80 = 140 o 67 d.C.+ 80 =147, sive 150).5 La cernita dei testi cui assegnare un verisimile 1 Cf. D. Clay, ‘The Theory of the Literary Persona in Antiquity’, in MD 40, 1998, 39 e n. 61 («projection of ethos... as an element of persuasion») e vd. F. Bellandi, ‘Eros e matrimonio ‹romano›. Studi sulla satira sesta di Giovenale’, Bologna 2003, 21 ss. (ma già ASNSP 3, 1973, 81 ss. sulle teorie di W.S. Anderson). Una critica serrata della ‘persona-Theorie’ si può leggere in W. Kissel, ‘Juvenal (1962–2011)’, in Lustrum 55, 2013, 162–180; più favorevole la posizione di L. Watson-P. Watson, ‘Juvenal Satire 6’, Cambridge 2014, 1–8 e 35–48. 2 Vd., per es., S.M. Braund, ‘Juvenal, Satires. Book I’, Cambridge 1996, 82 s., 119 s., 168, che qualifica il ‘suo’ Satirist come «coward», «hypocrite», «narrrow-minded, spineless and petty bigot», «racist», ecc. Emblematico il trattamento imposto alla sat. 15, depurata a forza del suo senso ‘razzistico’ da vari contributi critici di questa tendenza (per es. R. McKim e W.S. Anderson, ecc., su cui R. Reggiani, ‘Varia Latina’, Amsterdam 2005, 43–52 e Kissel 2013, 381 ss.). 3 Si allarga così a circa 30 anni la differenza d’età tra i (pretesi) ‘amici fraterni’ Marziale e G. e non si tiene conto, forse, delle implicazioni di quel tempestate mea in G. 4, 140 (che sembra implicare conoscenza diretta delle abitudini di luxuria dell’impero di Nerone degli anni ‘60). 4 Sch. mostra qualche simpatia per questa datazione tarda delle satire, che sarebbero state scritte «jedenfalls» sotto Adriano (almeno nella loro «Hauptschaffensphase»): a p. 36 la formulazione è ambigua e non opera una chiara distinzione tra il libro I (molto probabilmente ‘prototraianeo’) e il l. II, senza che si accetti (o, almeno, si accenni a) la ipotesi di Watson- Watson 2014, 2 su una possibile pubblicazione congiunta dei due libri. Nessuna traccia comunque delle obiezioni di J. Uden, ‘The Invisible Satirist: Juvenal and Second-Century Rome’, Oxford-New York 2015, 219 ss. o di F. Bellandi, ‘Cronologia e ideologia politica nelle Satire di Giovenale’, in A. Stramaglia-S. Grazzini-G. Dimatteo (edd.), ‘Giovenale tra storia, poesia e ideologia’, Berlin-Boston 2016, 5–14. 5 Sulla questione dell’esilio Sch. a p. 38 ss. si mostra giustamente scettica. A p. 43 si toglie credibilità al terminus ante quem del 132 d.C. (di solito collegato con una morte del poeta verso il 130–131), ma facendo vivere G. fino al 140 o 150 d.C. si priva evidentemente di ogni verosimiglianza l’ipotesi (già in sé fragile) della morte intervenuta a mezzo dell’opera con la GNOMON 2/93/2021 F. Bellandi: Schmitz, Juvenal 125 spessore (auto-)biografico può apparire un po’ arbitraria: il tasso di ‘letterarietà’ dato dall’uso di allusioni o di ‘topoi’ vale senz’altro come indizio di inaffidabile ‘fiction’ o ‘autofiction’ (a p. 35, per es., per privare Mart. 12, 18 di ogni applicabilità alla biografia di G., basta una ripresa da Hor., epod. 2, 7 s.), ma poi il vistoso uso letterario di Orazio e anche di Marziale nelle satire 11 e 12 di G. non impedisce di leggere questi componimenti come dotati di credibile valenza ‘autobiografica’: il G. autore di queste satire è davvero vecchio e benestante così come si presenta. Significativo il trattamento riservato (pp. 33–35) ai tre epigrammi di Marziale rivolti a G. (tra il 92 d.C. e, al massimo, il 101/102 d.C.), il cui valore di testimonianza biografica – specialmente di 12, 18, 1–6, che è una (acidula?) descrizione di G. come affannato cliente – viene svuotato a favore di un significato tutto ludico-letterario.1 Assai importante è il tema di quale possa essere stata l’effettiva condizione sociale di G., importante, evidentemente, anche per valutare in modo adeguato il senso della tematica relativa a clientes/patroni. Per Sch. G. non è (non è stato) un cliente di bassa (o medio-bassa) condizione (cf. p. 38: «Klischee des armen Klienten»), come si è spesso pensato in passato,2 ma un eques decisamente benestante (quasi come Lucilio). Di questa tesi, risalente almeno a P. White, Sch. a p. 35 e 38 s. preferisce la più recente versione di D. Armstrong, ‘Iuvenalis eques: A Dissident Voice from the Lower Tier of the Roman Elite’, in S. Braund – J. Osgood (edd.), ‘A Companion to Persius and Juvenal’, Cambridge 2012, 59–78, spec. 60: il poeta, da immaginarsi come decisamente «well to-do», sarebbe stato dotato di una sua domus a Roma, ereditata dal padre, e di «a prosperous farm» a Tivoli.3 Certo G. non sarà stato egenus o indigente (almeno in 11 e 12 egli si presenta come mediocris, cf. 11, 56–59; 177; 206–208 e qui la modestia di vita è presentata come ‘scelta’; 12, 1–16), ma difficilmente sarà stato eques nel senso inteso da White e Armstrong (in agiata e piena «security»). A mio parere, sarebbe da seguire piuttosto J. Gérard, ‘La richesse et le rang dans les Satires de Juvénal’, in Index 13, 1985, 273–288 (in part. 282 s., 285 s.), non citato da Sch., che convincentemente assegna G. allo strato superiore della plebs, magari non ammessa all’ordo solo per poco (cf. 3, 153–159 e il ritratto caldamente elogiativo del plebeius in 8, 47–52); sul rapporto tra plebs ed equites, vd. anche sotto, n. 31. La seconda sezione (pp. 44–71) si occupa del genere della satira romana in verso (che è l’esametro dattilico a partire dal XXX libro di Lucilio) e del posto che in questa tradizione G. viene deliberatamente (e provocatoriamente) a s. 16 lasciata incompiuta (invece che mutilata dal processo di tradizione ms.), ipotesi verso la quale Sch. mostra altrove qualche disponibilità (cf. p. 36 e n. 87 e 159, n. 261). Vd. A. Stramaglia, ‘Giovenale. Satire 1, 7, 12, 16. Storia di un poeta’, Bologna 2008 (20172), 291– 293. 1 Di certo, appare discutibile che Sch. a p. 34 n. 79 neghi a Marziale la conoscenza di G. come poeta satirico e poi destituisca 12, 18 di ogni valore biografico (cosa che si potrebbe fare solo ammettendo che il riferimento non sia a G. e alla sua vita, ma alla persona tutta letteraria costruita dal Satirico nel libro I). 2 Vd., per es., E. Flores, ‘Origini e ceto di Giovenale e loro riflessi nella problematica sociale delle satire’, in AFLN 10, 1962–63, 51–80 (= ID., ‘Letteratura latina e società’, Napoli 1973, 43–76), il cui impianto è solido, nonostante qualche eccesso in senso pauperistico: dalla sua ricostruzione G. risulta troppo ‘proletarizzato’ (con il possesso di Aquino che diventa una ‘casupola’, ecc.) 3 Tutto questo si dovrebbe dedurre da 12, 89 Laribus... paternis (come anche Sch. a p. 38 s. mostra di credere): ma cf. 9,137 s. e 63 s. Quanto al possesso di Tivoli (11, 65) – per Sch. una villa – si dovrebbero forse tener presenti gli illustri precedenti letterari cui G. potrebbe essersi ispirato (Catullo 44 e, soprattutto, Orazio: cf. Armstrong stesso a p. 61 s.) e, semmai, paragonarlo all’ager Nomentanus di Marziale, che forse non sarà stato un così parvulus agellus come ce lo presenta talora l’epigrammista (10, 92, 13), ma certo non assomigliò a una villa pliniana. GNOMON 2/93/2021 F. Bellandi: Schmitz, Juvenal 126 occupare. All’inizio si illustra anche la relazione intercorrente tra la satura latina e il concetto moderno di ‘satira’, alla cui configurazione G. ha contribuito non poco («satura wird Satire», p. 44 s. e, per l’uso di satiricus nel nostro senso, p. 217 s.). L’originaria e ampia varietà di argomenti della satura si riduce con Persio e, soprattutto, con G. alla sola trattazione critica del vizio (esplicito 1, 87). G. nomina espressamente come suoi predecessori soltanto Lucilio e Orazio;1 non fa il nome di Persio (cui pure allude vistosamente già in questa prima satira, cf. 142–146), né quello di Turno, nonostante si possa pensare che la menzione dell’avvelenatrice Lucusta al v. 71 nel paragone con la matrona potens di 1, 69– 72 gli sia stata suggerita proprio da questo predecessore flavio, pressoché contemporaneo.2 Sch. a p. 53 s. sottolinea molto (anche troppo, forse, sulla scia di E. Gowers), il valore programmatico (e fortemente autodenigratorio, in chiave di provocazione) dell’uso di farrago in 1, 86 per definire la materia (151) della propria satura.3 Comunque, in questi primi due paragrafi Sch. si mantiene, tutto sommato, saldamente sul terreno del già noto, senza apportare particolari novità.4 Decisamente più interessante appare il terzo paragrafo sul rapporto che tale satura/farrago intrattiene con gli altri generi letterari (nelle pp. 57–71, sulle orme di S. J. Harrison, si parla di «generische Polyphonie»). Si parte, naturalmente, dalla valutazione di 1, 1–14: il Satirico al suo esordio esibisce una vistosa recusatio programmatica di vari generi letterari, specialmente dell’epica e della tragedia (ma anche di togata ed elegia); nel corso della stessa satira, poi, torna a insistere in modo particolare sulla repulsa dell’epica (52–54; 162 ss.). Ma Sch. ricorda opportunamente che, in realtà, non di sola repulsa si tratta. E’ da molto tempo che nella critica si discute su quale sia il rapporto tra satira giovenaliana ed epica: Sch. a p. 65 si pone decisamente dalla parte di J.G.F. Powell, ‘Stylistic Registers in Juvenal’, in J.N. Adams – R.G. Mayer, ‘Aspects of the language in Latin poetry’, Oxford 1999, 311–334, che polemicamente ha riportato il rapporto satira/epica alla sola funzione della parodia, negando ogni innalzamento di fatto del registro della satira 1 Interessante l’interpretazione che di G. 1, 51 (Venusina lucerna) è data da Sch. p. 48 s. e n. 18 (sulla base degli scoli): la lucerna, più che essere simbolo di lucubratio letteraria, alluderebbe alla ‘fiamma/luce’ della satira (che adurit vel ostendit crimina). 2 Non a caso proprio agli Scholia giovenaliani ad 1, 71 (p. 8, 11 ss. Wessner) dobbiamo la citazione del fr. 1 di Turno, su cui cf. Kissel 2013, 184 s. e Sch. 210 s., che citano però solo il noto saggio di M. Coffey (in BICS 26, 1979, 88–94) e non l’ampio studio di V. Tandoi, ‘I due frammenti di Turno poeta satirico’ (1979) = ID., ‘Scritti di filologia e di storia della cultura classica’, Pisa 1992, II 713–734. Su quest’ultimo importante lavoro, vd. F. Bellandi, ‘Vincenzo Tandoi e la satira latina d’età imperiale’, in SCO 64, 2018, 399–452 (in part. 412–420). 3 Il t. farrago non è solo autodeprezzativo (secondo una posa di «mock modesty»), ma anche acremente denigratorio del comportamento «piggish» o «freakish» degli homines (cf. V. Rimell, ‘The poor man’s feast: Juvenal’, in K. Freudenburg (ed.), ‘The Cambridge Companion to Roman Satire’, Cambridge 2005, 81–94). 4 Nella sua ricostruzione Sch. segue da vicino H. Petersmann, ‘Der Begriff ‹Satura› und die Entstehung der Gattung’, in J. Adamietz (ed.), ‘Die römische Satire’, Darmstadt 1986, 7– 24. Sulla ‘storia’ della satira sarebbe stato utile leggere i lucidi contributi di M. Citroni, specialmente – per quanto riguarda il c ruc ia le rapporto tra satira e autobiografia – ‘L’autobiografia nella satira e nell’epigramma latino’, in AA.VV., ‘La componente autobiografica nella poesia greca e latina fra realtà e artificio letterario’, in ‘Atti Conv. Pisa 16–17 maggio 1991’, a c. di G. Arrighetti e F. Montanari, Pisa 1993, 275–292. GNOMON 2/93/2021 F. Bellandi: Schmitz, Juvenal 127 giovenaliana. La presenza di elementi di ‘Grand Style’ in G. (aldilà della parodia), variamente intuita e segnalata già da secoli, venne poi indagata sistematicamente nel saggio di I.G. Scott (vd. sotto, n. 14)1 e addirittura, più di recente, si è potuto parlare per G. (Braund 1996, cit. in n. 2, 22–24) di «replacement» dell’un genere con l’altro.2 Sch. parla, invece, di appropriazione parodica di forme e motivi dell’epica (e di altri tra questi generi ufficialmente ‘reietti’) tramite una «transformierende Adaptation». Dopo il netto rifiuto espresso in 1, 4–6, G. recupera esplicitamente anche il genere della tragedia in 6, 634 ss. (cf. 15, 29 ss., 115 ss.), laddove si constata che il crimine quale viene perpetrato nell’attualità – più esteso e più perverso – non solo è paragonabile, ma supera i misfatti mitici degli eroi e, in specie, delle eroine del teatro antico (pp. 66–69). Il paradossale contatto che così si viene a creare tra satira e tragedia (con rottura almeno apparente della lex priorum) viene ‘riconosciuto’ in 6, 634–637 con un gesto di retorica ‘sorpresa’.3 Coerentemente con la sua accettazione della posizione di Powell, Sch. ritiene, come molti altri, che il contatto ammesso sia solo tematico (a p. 69 si parla di «tragödienaffine Themen»), escludendo che si voglia in qualche modo dare segnalazione e giustificazione anche di un accresciuto pathos dell’espressione (secondo un particolare concetto di prepon).4 Altri riconoscono che la dichiarazione riguarda anche il piano dello stile, ma ne limitano la portata al contesto immediato della s. 6, senza esportarlo altrove.5 Sch. giustamente ricorda l’uso ‘parodico’ che viene fatto anche di altri generi (pp. 69–71): dell’elegia respinta in 1, 4, per es., o del carme bucolico (specie nella sat. 3) e a proposito di quest’ultimo avrei richiamato anche il recente contributo 1 A mio avviso, invece di ‘satiric(al) Epic’ o di ‘epic Satire’ sarebbe meglio continuare a usare la dizione ‘Grand Style’, che permette il riferimento anche allo stile adros o grande della retorica e della pratica oratoria (cf. sotto n. 4). 2 Dopo I.G. Scott (‘The ‹Grand Style› in the Satires of Juvenal’, Northampton MA 1927) bisogna ricordare almeno J.C. Bramble, ‘Juvenal and the High Style’, in ID., ‘Persius and the Programmatic Satire’, Cambridge 1974, 164–173; M. Coffey, ‘Roman Satire’, London 1976, 140–144; M.M. Winkler, ‘The Function of Epic in Juvenal’s Satires’, in ‘Studies in Latin Literature and Roman History V’, ed. by C. Deroux, Bruxelles 1989, 414–443; J. Hellegouarc’h, ‘Juvénal, poète épique’, in ‘Au miroir de la culture antique. Mélanges R. Marache’, Rennes 1992, 269–285 (= ID., ‘Liberalitas. Scripta varia’, Bruxelles 1998, 685–700). Tutti questi interventi, in vario modo e misura, sono a favore di un qualche innalzamento del livello stilistico della satira in G. (anche fuor di parodia) e tutti sono ignorati da Sch., che cita solo C. Connors, ‘Epic Allusion in Roman Satire’, in Freudenburg 2005 (ed.), 123–145, che, però, segue proprio Bramble e Braund (cf. p. 138–140). Anche Watson-Watson 2014, 5 n. 36, pur propendendo per la tesi di Powell, riconoscono che la situazione, in realtà, è più complessa: la tecnica metrica, per es., indica una tensione verso «a stylistic elevation» (cf. F. Jones, in SLLRH XIV, Bruxelles 2008, 348–364, a p. 364). 3 Il gesto, che è retoricamente assai efficace, simula la sorpresa proprio grazie all’autointerrogazione: non sembra perciò lecito togliere il punto interrogativo in fondo al v. 637, come fa Sch. a p. 66 e n. 87 (per scilicet in domanda, cf. 2, 122 s. e 6, 239). 4 In questa interpretazione di 6, 634–637, Sch. si colloca dalla parte di W.S. Smith (‘Heroic Models for the Sordid Present: Juvenal’s View of Tragedy’, in ANRW II 33.1, 1989, 811– 823), che svuota il passo di ogni valore programmatico (come Kissel 2013, 124 e 129 ss.). Ma a me sembra difficile negare che tratti di stile ‘alto’ (fuor dal registro ristretto della parodia e in senso più retorico/oratorio che epico/tragico, cf. n. 13) ci siano effettivamente in G. e non solo nella s. 10, come si ammette da più parti, ma intermittentemente anche altrove (solo per fare qualche es. in pezzi come 2, 153 ss., 8, 98 ss. o 11, 111 ss.). 5 Cf. Watson-Watson 2014, 275 s. (anche 4 ss. e spec. 17). GNOMON 2/93/2021 F. Bellandi: Schmitz, Juvenal 128 di S. Grazzini.1 Appare interessante il cenno a p. 162 (cf. Sch. 2000, 236 s.) al ‘contatto’ in antifrasi con le dichiarazioni del proemio storiografico (Tac., ann. 1, 1, 3: sine i r a et studio); sono lasciate cadere invece (rispetto a Sch. 2000, 237 s.) le considerazioni sull’uso di alcune delle formule tipiche del poema didascalico. In qualche modo sta a sé il rapporto con l’epigramma (p. 70 s., cf. 186) e dunque, soprattutto, con Marziale. Giustamente sono messi in rilievo non solo i continui contatti tematici, ma anche la presenza costante nelle satire di G. di un elemento o ritmo epigrammatico con la caratteristica ‘tripartizione’ tra Anfang, Mittelteil e, soprattutto, Pointe (p. 74 n. 8) e opportunamente si osserva che vi sono veri e propri epigrammi incastonati nel tessuto delle satire (per es. 1, 69–72 o 7, 150– 154), analizzati con finezza. Non si nota, comunque, che non solo nella sat. 6, ma principalmente in essa, il procedimento epigrammatico è addirittura principio strutturale.2 La terza sezione (pp. 72–161) fornisce innanzi tutto qualche informazione (pp. 72–74) sull’organizzazione tematico-strutturale delle satire nel quadro della (originaria) divisione in 5 libri e, poi, una vivace illustrazione delle singole composizioni. Ad ognuna di esse si dedica qualche pagina di presentazione, individuando i principali temi trattati, ma non senza qualche fine osservazione puntuale su ciascuna, di natura prevalentemente stilistica (spesso sulla base di un contatto intertestuale). In calce a 6 delle 16 satire (II; III; VI; VIII; X; XIV) si trova una sorta di appendice dedicata alla Einzelinterpretation di un passo specifico. Il criterio della scelta del passo da approfondire non sempre risulta perspicuo o del tutto condivisibile: non si lascia al ‘privilegio’ di una trattazione a parte quanto è problematico (in ogni satira non mancano, notoriamente, passi di assai tormentata interpretazione), ma quanto è giudicato a vario titolo emblematico o significativo. Viene da pensare che l’ottica sia quella della messa in rilievo per il lettore principiante (vd. sotto) di quanto possa essere più attraente o gradevole (in chiave di ‘trailer’ o di ‘Aufforderung zur Lektüre’). Colpisce, tuttavia, che all’episodio di Messalina in 6, 114–132 – unanimemente considerato uno dei capolavori di G. – non si dedichi alcuna osservazione (solo un cenno assai fugace a p. 196). Ma forse il fatto è che alla sat. 6 che, pure, rappresenta quasi un quinto di tutto G. – con i suoi 661 (o + 34 e 2 > 697) versi – Sch. non dedica che uno smilzo capitoletto di nemmeno 7 pagine in tutto; e di queste, ben 2 sono dedicate all’Einzelinterpretation dei vv. 352–365, ovvero all’episodio di Ogulnia, 1 S. Grazzini, ‘Poetica e ideologia nella terza satira di Giovenale’, in Stramaglia-Grazzini- Dimatteo (vd. sopra), 149–168 (spec. p. 160 ss.). Sch. mette in rilievo che il richiamo è naturalmente ‘in primis’ alle Ecloghe di Virgilio, ma non manca di ricordare anche quelle di Calpurnio Siculo (per es. 5, 119–121). 2 La struttura epigrammatica si può rilevare anche in s. 1 (Sch. p. 76 s.: «pointierte Finale»), nella 7 (p. 117), nella 8 (p. 119), nella 15 (p. 156). Quanto alla 12 (p. 141), direi che qui l’allure epigrammatica si riscontra non soltanto nel finale assoluto (vv. 128–130), ma già nello snodo sorprendente (veramente un ‘pre-aprosdoketon’) del v. 93. In Bellandi 2003, 54 s. (vd. sopra) notavo che la s. 6 si presenta come un «conglomerato di epigrammi di estensione variabile (dal monodistico ai 32/34 versi)» e che la satira mostra a partire dal v. 627 una sorta di «torsione» epigrammatica della macrostruttura, in qualche omologia con la microstruttura dei singoli episodi. GNOMON 2/93/2021 F. Bellandi: Schmitz, Juvenal 129 considerato emblematico del contrasto ‘Schein vs Sein’.1 La sat. 6, peraltro, è l’unica a cui sia concesso un apposito paragrafo sull’‘Architektur’ del componimento (pp. 104–106) ma qui – mentre giustamente viene messo in rilievo il rapporto di ‘Ring-Komposition’ tra proemio e epilogo (vv. 23 s. > v. 631) – non ci si occupa affatto del fondamentale perno strutturale e ideologico/eziologico costituito dai vv. 286–305, spesso considerato il ‘cuore’ della satira.2 Nemmeno si ritiene di doversi occupare almeno con un cenno della questione del fr. di Oxford. Il problema è solo ricordato molto cursoriamente nel capitoletto sulla trad. ms. (a p. 204 s.) e non si capisce se Sch. ritenga il fr. autentico o no: si direbbe di no, dato che tutte le volte che si parla di s. 6 si dice che la satira consta di 661 versi (cf., per es., p. 150), ma non lo si dice espressamente e il problema resta indiscusso.3 Come si è capito, nell’analisi delle satire si privilegia decisamente quel che è sostanzialmente pacifico rispetto a quanto nella discussione è ancora sub iudice: si evitano così scogli e secche in modo che la piacevole velocità da crociera del resoconto critico non ne sia turbata. Certo così la lettura è gradevole e fluida, ma non ci si può sottrarre all’impressione che lo scabro, talora accidentato tessuto delle satire subisca un certo artificioso appiattimento. Specialmente alcune questioni su cui la critica si accapiglia legittimamente da sempre sono appena sfiorate o sbrigate con troppa facilità. Questo si riscontra in modo particolare a proposito di problemi di struttura e di ‘Kompositionskunst’ che – a mio parere – sono dati per risolti un po’ troppo apoditticamente. Non sono convinto – per es. – che la struttura della sat. 2 sia così limpida e cristallina come sostiene Sch. a pp. 77–82 (cf. 165 ss.), procedendo sulle orme di Braund.4 Lo stesso vale più o meno per le satire 4 e 7 (che non a caso furon definite «patchwork satires»)5 e, in misura e modi 1 Il tema del contrasto in questione è importante per G.: cf. Sch. p. 78 s. (su s. 2); 114 e 116 s. (su s. 7); 149 (su s. 14). 2 Sull’estensione esatta del brano in questione si discute (286–305 o 286–300/313/345?), cf. F. Bellandi, ‘Giovenale. Contro le donne’, Venezia 1995, 48 ss. Vd. ora Watson-Watson 2014, 9 e 160 ss. ad l., che – piuttosto che di ‘excursus’ centrale – preferiscono parlare di ‘nuovo’ o ‘secondo proemio’. 3 Vd. ora la discussione, con ampia bibliografia, di G. Rota, ‘Prejudice and obstinacy in brackets: Juvenal, Satire 6 and the Oxford fragment(s)’, in Stramaglia-Grazzini-Dimatteo 2016 (vd. sopra), 253–286. 4 Il problema di 2, 143–148, per es., è serio: è veramente la climax adeguata del discorso (addirittura il suo «Kern», come vuole Sch., cf. sotto) o si tratta solo di una parentesi (così Courtney) o, addirittura, di una digressione fuori posto e, dunque, da espungere con Ribbeck e Willis? 5 La definizione è di R.S. Kilpatrick (in YClS 23, 1973, 229–241), che cerca poi di ridimensionarla. A proposito di s. 4, si può dire che la vistosa articolazione dei vv. 28–36, che congiunge le due parti costitutive (1–27 e 37–154), è davvero come una cicatrix che mostri il crassum et recens linum a sutura della ferita (per usare l’immagine di 3, 150 s.) e, dunque, non lascia tranquilli (cf. B. Santorelli, ‘Giovenale. Satira IV’, Berlin-Boston 2012, 4–9). Nella s. 7 la struttura è superficialmente chiara (una sorta di ‘Schubladenstruktur’, come in 8 o 10), ma il problema è la valutazione del proemio, in sé e nel suo rapporto col resto della composizione (cf. Kissel 2013, 305–324: Bellandi 2018, vd. sopra, 421–435). GNOMON 2/93/2021 F. Bellandi: Schmitz, Juvenal 130 diversi, per 13 o 141. In genere, su questo argomento Sch. se la cava (cf. p. 74 n. 7) con un rimando al capitolo di Kissel dedicato a struttura e composizione (2013, 144–149); ma questo avviene anche perché Sch. sembra credere che le difficoltà o gli inciampi rinvenuti da tanti critici del passato siano solo «scheinbar» o «Missverständnisse» (cf. p. 83 e n. 37; 104; 148 e n. 239; 158; 165 e n. 16).2 Non è possibile qui, naturalmente, entrare nel dettaglio dell’analisi delle singole satire; mi limito solo a qualche osservazione. Il resoconto relativo a satt. 3 e 6 trascura proprio quella che è la questione centrale dei due componimenti. Anche in sede di analisi puntuale, infatti, Sch. si occupa di nuovo del tema del rapporto letterario tra satira ed epica (p. 92 ss.), presentando la sat. 3 come una sorta di «satirisches Pendant» dell’epos, ma proprio quello che è il problema fondamentale dell’interpretazione di 3 (quale valutazione dare del personaggio di Umbricio: è una sorta di ‘portavoce’ dell’Autore o un «satirized Satirist», oggetto stesso della satira?) resta trattato assai poco e superficialmente. Certo se ne parla altrove, nel capitolo sulla «persona-Theorie» (vd. pp. 13 ss., 23), ma come si conclude al riguardo? Sch. a p. 89 s. sembra inclinare verso l’interpretazione di Braund 1996, 234– 236 (sp. 234) che ‘squalifica’ tutti i pretesi ‘portavoce’ dell’Autore (sia Umbricio e «Speaker» di 3 che Laronia e «Speaker» di 2), ma da parte di Sch. le oscillazioni, in realtà, non mancano.3 Giusta a p. 37, nn. 90 e 91, l’osservazione sul valore di sphragis del finale della satira 3 (vv. 318–322): ma i dati che Umbricio fornisce sul suo interlocutore (una sphragis, dunque, per interposta persona) sono dati che riguardano lo «Speaker» inteso solo come un altro personaggio («ein Satirendichter»: p. 13 e n. 13; 36 s.) o si devono 1 Per la s. 13 Sch. rimanda senz’altro a L. Braun, ‘Juvenal und die Überredungskunst’, in ANRW II 33.1, 1989, 779–789; ma la satira è assai più complessa e travagliata di come viene presentata e questo sia dal punto di vista ‘filosofico’ (cf. F. Bellandi, ‘‹Delitto e castigo›: giustizia umana e giustizia divina. In margine a un recente commento alla sat. XIII di Giovenale’, in BSL 41, 2011, 173–181, spec. 175 ss.) che strutturale. Quanto alla s. 14 (anche qui sulle orme dell’ ‘ottimismo’ critico di Braun 1989, 790–800, a mio parere eccessivo), Sch. ne afferma a p. 148 la compatta «Einheit», senza rilevare che, in realtà, la composizione ‘regge’ solo fino al v. 255: come a tanti altri, ancora a Coffey 1976, 247 n. 84, la satira da 256 in poi appare «recalcitrant» allo schema impostato in partenza (cf. F. Bellandi, ‘La struttura della satira 14 di Giovenale’, in Prometheus 10, 1984, 154–160). 2A p. 104, per es., Sch. sostiene appunto che la composizione di 6 è solo «sche inbar nachlässig», affermazione che ricorda la tesi di Watson-Watson 2014, 19, secondo cui la struttura di 6 sarebbe ‘caotica’ solo in apparenza, perché in realtà si tratterebbe di un «deliberate ploy» per simulare la confusione mentale dello «Speaker» misogino, da non confondersi con l’Autore (vd. sotto). Anche altrove (e già in 2000, 128 e 137 ss.) Sch. parla di «missverstandene Exkurse» in cui si anniderebbe addirittura il «Kern» (o la «wesentliche Aussage») del discorso. A mio avviso, la valutazione di excursus e parentesi va fatta senza schemi preconcetti, caso per caso. 3 Non parlerei di «ambivalentes Lob» di Umbricio (come fa Sch. a p. 90 n. 59; cf. n. sg.), se non nel senso che il personaggio in questione mostra da 168 ss. segni di (apprezzabile) autocoscienza critica (assenti – et pour cause – nel Trebio di 5). A mio parere, Sch. non valorizza abbastanza la presenza di contatti tra il discorso dello «Speaker» in 1–20 e la successiva «Hasstirade» di Umbricio, contatti che danno garanzia di un sostanziale avallo autoriale; vd. invece la corretta posizione di Kissel 2013, 229 e n. 213. Analogo problema si poneva anche con la figura di Laronia in 2, 36–65: l’intervento della donna, inquadrato dall’approvazione quanto mai esplicita di 34 s. e 64 s., è definito giustamente a p. 79 s. «auktorial» (cf. Bellandi 2003, cit. in n. 1, 26–31), ma poi Sch. si svia dietro S.H. Braund, ‘A Woman’s Voice? – Laronia’s Role in Juvenal Satire 2’, in R. Hawley-B. Levick (edd.), ‘Women in Antiquity. New Assessments’, London 1995, 207–219 e così finisce per ‘squalificare’ sia Laronia che lo «Speaker» stesso della satira 2 (ridotto da Braund ibid., 207 a un «raging bigot»; vd. sopra). GNOMON 2/93/2021 F. Bellandi: Schmitz, Juvenal 131 riferire a Giovenale «als Autor», rappresentato nel testo appunto dallo «Speaker»? Già il fatto che G. affidi la sphragis che lo riguarda al suo interlocutore, a me sembra fornire garanzie non indifferenti su un qualche statuto di portavoce del personaggio che, dunque, non è da considerarsi così ‘squalificato’ come talora si dice.1 Anche nella trattazione della s. 6 si dedica in fondo poco spazio al problema centrale: la misoginia sciorinata nella composizione è reale (è dell’Autore) o è solo ‘gioco’ ironico sugli stereotipi letterari della ricca letteratura misogina? «Bigot» e «misogynist» è solo il «Satirist» e l’Autore, «subintentionally feminist» (cf. Watson-Watson 2014, 7), se ne burla? A p. 106 Sch. sembra decisamente inclinare per la lettura, oggi abbastanza diffusa, secondo cui in 6 tutto è «wit/irony/entertainment» in modo da esorcizzare ogni rischio di misoginia reale (e «unangenehm» o «unannehmbar»).2 Resterebbe forse da interrogarsi sul senso della misoginia sparsa a quattro mani (ma ‘en passant’, come ammicco ‘self-evident’ al lettore consenziente) anche fuori della 6 (cf. Bellandi 2003, 22 e n. 60; Kissel 2013, 282). Poco mi convince anche la lettura ‘poetologica’ che si vuol dare delle satire 4 e 14. Forzato appare il nesso simbolico («metapoetisch») che si vorrebbe stabilito tra ‘incucinabilità’ del pesce e ‘irrappresentabilità’ del Terrore domizianeo a p. 99 s. (sulle tracce di Gowers). Anche per la 14. satira si cade di nuovo in un eccesso di simbolismo (a p. 150 s.): l’estrema lunghezza della satira avrebbe un valore ‘metapoetico’ come rappresentazione di un’avaritia da intendersi anche come ‘insaziabilità’ poetica (una sorta di bulimia anche del poeta, che non sa arrestarsi). Lo spunto viene dal ‘callimacheo’ Orazio di sat. 1, 1, 92 o 120 s. (dove il tema è effettivamente presente e coscientemente preparato già dal v. 62) e forse, aggiungerei, dal discusso finale della satira 6 di Persio (argomento del sorite), ma dal testo di G. 14 non mi pare che traspaia alcun indizio per appoggiare una tale lettura ‘metapoetica’. La quarta sezione (pp. 162–177) espone quali sono i temi centrali della critica che G. esercita sulla società romana e illustra i modi in cui il satirico affronta queste problematiche-chiave. Queste sono individuate in 5 punti: 1) inadeguatezza a sostenere il proprio ruolo privilegiato, rispettando i relativi doveri, da parte della nobiltà o, più in generale, della classe dirigente romana, che dovrebbe fornire l’exemplum per il resto della società. Il console Laterano (8, 146–182) e il Salio Gracco (2, 117–148 e 8, 199–210) possono essere selezionati come casi particolarmente lampanti di questo comportamento deviante delle élites. 2) attuale stato di grave degrado del rapporto tra patroni e clienti (tema centrale nei primi 3 libri). Sch. s’incentra qui comprensibilmente sulla sat. 5; un po’ trascurata da questo punto di vista mi sembra nel complesso la sat. 7 (sia qui che in pp. 110–117), poiché Sch. s’interessa solo molto cursoriamente del tema della crisi del mecenatismo (un accenno solo a p. 116) e di quei particolari clientes che sono i litterati. 3) lusso della tavola (di questo tema assai importante nella società e nella cultura romana, regolato anche da apposite leggi, e dunque in forte rilievo già nella satira precedente, ci si occupa soprattutto a proposito della sat. 11). 1Sch. a pp. 88 e 90 è propensa a dare senso ironico a laudo in 3, 2 (come nei ben diversi casi di 4, 18 e 12, 12) e a svuotare di vero senso affettivo la definizione di vetus amicus del v. 1 (contra, a ragione, Kissel 2013, 225 ss., 227). 2 Non a caso si citano alcuni lavori di B.K. Gold, ma non ‘Humor in Juvenal’s sixth satire: Is it funny?’ in S. Jäkel-A. Timonen (edd.), ‘Laughter down the centuries, I’, Turku 1994, 95–111, la cui tesi di fondo è che in fin dei conti G. rafforza i pregiudizi sessisti del suo «audience» e non è certo dalla parte del «resisting lector». Sul «Priapic satirist», rivolto a un «you male», vd. anche A. Richlin, ‘Juvenal and Priapus’, in M. Plaza (ed.), ‘Oxford Readings on Persius and Juvenal’, Oxford 2009, che con significativa ironia termina il suo saggio alludendo («very funny») alla domanda di Gold («is it funny?»). GNOMON 2/93/2021 F. Bellandi: Schmitz, Juvenal 132 4) comportamento trasgressivo delle donne romane di alta condizione (c’è un nesso inscindibile tra divitiae/luxus/luxuria e vari dedecora/scelera, tra cui, centrale, l’impudicitia); le donne aggredite sono per lo più ‘aristocratiche’ o ‘upper class’ e con ciò ci si ricollega al punto 1), dato che esse mancano al dovere di fungere da exemplum per tutte le altre (anche le minimae, 6, 349; cf. 617). 5) generale «Verrohung» (o imbarbarimento) della società civile (illustrato, in particolare, alla luce delle satire finali: la 15 e la 16, mutila). Sch. non manca di accennare en passant (p. 171 s.) al tema unificante della «Allmacht des Geldes». Questo punto meritava forse una trattazione approfondita e a sé, come ‘base’ stessa dei 5 punti precedenti: G. dichiara più volte, infatti, la centralità di questo tema e lo pone con enfasi molto marcata alla radice di tutti, o quasi, i mali che affliggono la società romana (1, 109 ss.; 3, 140 ss., 152 ss.; 5, 132 ss., 136 s.; 6, 645 s.; 7, 138 ss.; 10, 23–25; 13, 130–134, ecc.); per l’impostazione dichiaratamente eziologica, sono essenziali soprattutto 6, 286 ss. e 14, 173 ss. (inde fere scelerum causae). Si tratta naturalmente di un battutissimo luogo comune (il cosiddetto locus de divitiis), sfruttato intensamente, per es., nella storiografia o nella declamazione, ma G. riesce a declinarlo talora in maniera personale, laddove sottolinea in modo acre l’imprescindibile necessità di una gerarchia ‘sana’ che dovrebbe servire a tenere insieme la società (cf. punto 1) in quanto fondata, però, sul ‘rango’:1 questo si basa a n c h e sulla ricchezza (misurata nel census), ma non solo su di essa, poiché sempre dovrebbero essere tenuti in considerazione anche i fondamentali diritti di nascita e di ‘sangue’ (libertas-ingenuitas/civitas/dignitas) e, soprattutto, non si dovrebbe prescindere dal criterio dei mores.2 Viene poi la sezione quinta (pp. 178–202), che illustra con sicura competenza e viva sensibilità stilistica il virtuosismo delle tecniche messe in opera da G. per arrivare alla ‘Satirisierung’: il satirico fa un uso non di rado magistrale delle risorse della lingua e dello stile e mostra, per lo più, piena padronanza delle potenzialità del verso. E’ – insieme all’ ultima – la sezione a mio avviso più interessante e sfrutta i risultati del libro precedente di Sch., a cui in vari casi si rimanda per analisi più esaurienti (vd., per es., il paragrafo sui diminutivi a p. 189 ss., che, se indulge a qualche esagerazione, fornisce anche molti e acuti rilievi). Alla lettura di questo capitolo (e anche di Sch. 2000) viene in mente che forse Sch. potrebbe essere la persona adatta a redigere un nuovo commento al Satirico, in cui mettere pienamente a frutto proprio questa sua viva sensibilità per lo stile e l’esegesi puntuale. 1 Su questo tema-chiave (nefasta dissoluzione di ogni gerarchia) si sofferma T. Reekmans, ‘Juvenal’s views on social change’, in AncSoc 2, 1971, 117–161 (su cui, cf. R. Marache, ‘Juvénal – peintre de la société de son temps’, in ANRW II 33. 1, Berlin 2009, 602 n. 30 e 612 s. n. 74). Ma illuminante risulta soprattutto il saggio di Gérard 1985, cit. sopra. Importante anche il successivo studio di T.P. Malnati, ‘Juvenal and Martial on social mobility’, in CJ 83, 1987–88, 133–141, che rileva l’ «aristocratic ethos» che paradossalmente caratterizza G. (e non Marziale), con la sua insistenza sui concetti fondanti di genus/mores/virtus. Nessuno di questi lavori sembra conosciuto o utilizzato da Sch. 2 Sui criteri necessari per accedere al rango di eques, cf., per es., Orazio, epist. 1, 1, 57–59 e Marziale 5, 27, 1–2 (cf. 5, 25): pur in una società impostata timocraticamente, imprescindibile risulta il ruolo di genus e mores. Importante anche Hor., epod. 4, 5–6 (licet superbus ambules pecunia / Fortuna non mutat genus) e, soprattutto, 15–16 su cavalieri e Lex Othonis (con il commento di L.C. Watson, Oxford 2004, 154 s. e 165–168). GNOMON 2/93/2021 F. Bellandi: Schmitz, Juvenal 133 Nell’ultima sezione, la sesta (pp. 203–232), troviamo innanzi tutto un succinto ma lucido resoconto relativo alla Tradizione del testo (pp. 203–205) e un rapido accenno riservato al problema delle Interpolazioni (pp. 205–207), problema che viene illustrato alla luce di due esempi particolari: 3, 281 e 10, 356 (il primo verso da espungere per Sch., il secondo – a mio parere più discutibilmente – da conservare). La parte conclusiva della sezione (e del libro) è dedicata alla ‘Rezeption’ (pp. 207–232) ed è a mio avviso la migliore dell’intero volume: dopo e sulla scia di G. Highet, ‘Juvenal the Satirist’, Oxford 1954, 179 ss., disponiamo ora di un’aggiornata e compatta – ma non superficiale – guida alla ‘fortuna’ di questo autore, assolutamente fondamentale per la cultura europea. Risultano particolarmente pregevoli per l’informazione e la precisione delle linee di trattazione – tra gli altri – i capitoletti su Medioevo e Umanesimo/Rinascimento (vd., per es., la discussione su Konrad von Hirsau a p. 218 s.), Lutero, la satira inglese (Oldham, Dryden, Johnson), V. Hugo, fino al contemporaneo D. Grünbein e ad... Asterix). Il volume, munito solo di un index locorum, si chiude con una bibliografia che non sarebbe giusto definire esigua, ma che appare, comunque, alquanto selettiva. Oltre a quelli già sopra indicati, sarebbe facile elencare studi ingiustamente trascurati (per lo più francesi e italiani): sono certo doverosamente citati alcuni commenti recenti a singole satire, ma poi, in realtà, a ben vedere essi risultano non utilizzati.1 Di certo molto si spiega con l’intenzione di non ingolfare il volume (che chiaramente si propone come una ‘Einführung’) e con la precisa volontà di attenersi alla stretta attualità della critica (con rimando alla preziosa rassegna di Kissel per non appesantire); ma alcune omissioni (per es. di ‘classici’ degli studi giovenaliani come J. de Decker o, anche, di I.G. Scott) sono senz’altro inopportune o, almeno, ingenerose. In definitiva, il libro di Sch. risulta senz’altro da consigliare come testo di primo approccio al satirico imperiale (anche considerando che i passi latini citati sono sempre accompagnati da una traduzione corretta e vivace) e presenta sicuramente una sua utilità per avvicinare il neofita a G., anche se qualche volta, tacendo o appiattendo questioni su cui molto si è dibattuto e si dibatte, di questo difficile autore mi pare che si attenui troppo la complessità. Nonostante questi limiti, non si deve mancare di riconoscere che il volume è ricco di osservazioni puntuali di notevole finezza (soprattutto, come si è detto, dal punto di vista dell’analisi linguistica e stilistica). Pisa Franco Bellandi 1 Tra i commenti non citati sarebbe potuto essere utile, per es., quello di S. Monti (Napoli 1978) sulle satire 1–2. Scarso uso della bibliografia si riscontra in part. nella trattazione alquanto cursoria della sat. 8: né S.H. Braund, ‘Beyond Anger: A Study of Juvenal’s Third Book of Satires’, Cambridge 1988, 69–129+220–238, né G. Dimatteo, ‘Giovenale, Satira 8’, Berlin-Boston 2014 suggeriscono a Sch. qualcosa sul fondamentale excursus sull’ amministrazione delle province di 8, 87 ss. (su cui incomprensibilmente si tace). Anche a proposito della s. 15 (su cui vd. sopra) si rinuncia a qualsiasi discussione bibliografica (anche a un semplice rimando a Kissel 2013, 378–385) e niente si dice sull’impostazione ‘filosofica’ o ideologica del componimento che, comunque, è certo di tendenza stoicheggiante (non tanto per 15, 106 ss., quanto per 131 ss.), al di là di quei contatti con la ‘Kulturentstehungslehre’ di Lucrezio che vengono indicati da Sch. a p. 176 (cf. 2000, 42 n. 66). GNOMON 2/93/2021

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Abstract

As a critical journal for all classical studies, the GNOMON fosters the links between the distinct classical disciplines. It has thus an exceptional position among the classical review journals and allows familiarization with research and publications in neighbouring disciplines. The reviews address an international readership from all fields in classical studies. The GNOMON publishes reviews in German, English, French, Italian and Latin.

The GNOMON is published in eight issues a year.

Zusammenfassung

Der GNOMON pflegt als kritische Zeitschrift für die gesamte Altertumswissenschaft die Verbindung zwischen den verschiedenen Disziplinen der Altertumswissenschaft. Er nimmt dadurch eine Sonderstellung unter den Rezensionsorganen ein und bietet die Möglichkeit, sich über wichtige Forschungen und Publikationen auch in den Nachbarbereichen des eigenen Faches zu orientieren. Die Rezensionen im GNOMON wenden sich an ein internationales Publikum, das aus allen Teilgebieten der Altertumswissenschaft kommt. Die Publikationssprachen im GNOMON sind: Deutsch, Englisch, Französisch, Italienisch und Lateinisch.

Der GNOMON erscheint acht Mal im Jahr.