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Enrica Zamperini, Chiara Thumiger: A History of the Mind and Mental Health in Classical Greek Medical Thought. in:

Gnomon, page 29 - 33

GNO, Volume 93 (2021), Issue 1, ISSN: 0017-1417, ISSN online: 0017-1417, https://doi.org/10.17104/0017-1417-2021-1-29

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C.H.BECK, München
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J. E. Lendon: Hartmann et al. (Hrsgg.), Moral als Kapital 29 Dio’s accounts of his own time, rather than being a violent and greedy mob as he portrays them in his accounts of the earlier principate, serve as a virtuous mirror in which the ruling class of his day can see themselves and contemplate their own faults. And finally, in the paper that goes latest in time, Karen Piepenbrink, in ‘Zwischen Gemeindeorientierung und Gottesbezug. Verhaltenserwartungen an Bischöfe in der Regula Pastoralis Gregors des Großen’ (pp. 291– 305) reads the sixth-century Gregory the Great to inquire how Christian humility could be reconciled with the practical, patronal duties of a late-antique bishop, functions that required adherence to traditional aristocratic norms of conduct and, indeed, a certain amount of aggressive swagger. Charlottesville J. E. Lendon * Chiara Thumiger: A History of the Mind and Mental Health in Classical Greek Medical Thought. Cambridge: Cambridge UP 2017. VIII, 503 S. 105 £. Occuparsi del concetto di ‘follia’ nel mondo antico significa dover tener conto dei numerosi approcci, teorie, prospettive e studi che su tale argomento si sono succeduti nel corso degli anni e che lo rendono particolarmente delicato e complesso, tanto più se si considera che negli scritti medici del V e del IV secolo non compare alcuna definizione condivisa del concetto di follia. La difficoltà del porre come oggetto di studio la salute mentale deriva anche dalla necessità di confrontarsi con testi letterari non medicali che trattano la pazzia in termini diversi rispetto agli scritti ippocratici, dotandola di una caratterizzazione che non è soltanto fisiologica, come tendono invece i testi medici, ma anche psicologica ed emotiva. Da qui l’attenzione di Thumiger verso opere di natura diversa, nonostante il suo interesse si rivolga soprattutto all’ambito medico; in questo studio, infatti, non viene mai persa di vista l’interdisciplinarietà, la necessità di studiare il mondo antico secondo una prospettiva attenta al dato antropologico e filologico, in continuo dialogo con il contesto storico-culturale di riferimento. Il periodo di riferimento di Thumiger sono i secoli V e IV a.C., il momento di massima fioritura della medicina ippocratica, i cui testi rappresentano le fonti principali dello studio in questione. Ma, come la stessa autrice dichiara nell’introduzione, l’interesse è rivolto anche a opere letterarie dello stesso periodo, messe in costante dialogo con i testi ippocratici così da avere una panoramica più ampia possibile sulla prospettiva con cui gli antichi si sono rivolti verso la salute mentale. Larga parte dell’introduzione è dedicata alla disamina degli approcci che sono stati applicati nella storia degli studi sulla pazzia e ne viene sottolineata la comune impossibilità di assumere un punto di vista completamente neutrale, scevro da qualsiasi implicazione culturale, intellettuale e scientifica nei confronti di un argomento così spinoso. Il rischio sempre presente è quello di leggere e interpretare le fonti del passato sulla base di categorie e sistemi di valori vicini alla nostra sensibilità, ma lontani da quello che era il reale sentire degli antichi. Confrontandosi con ciò, Thumiger, attraverso la sua ricerca tenta di fornire un resoconto del concetto di follia durante il V e il IV secolo con puntuale e costante riferimento ai testi ippocratici, ripromettendosi di prestar attenzione anche a GNOMON 1/93/2021 E. Zamperini: Thumiger, A History of the Mind and Mental Health 30 interazioni con altri testi non medicali dell’epoca, con l’obiettivo di delineare i profili di un concetto, quello di pazzia, che in realtà nel mondo antico non conosce concettualizzazione. Ed è questo il primo problema con il quale la studiosa viene a scontrarsi: la mancanza nei testi ippocratici di una elaborazione scientifica precisa della follia come disturbo mentale riconoscibile e descrivibile in maniera univoca. Pertanto, data l’assenza di una definizione condivisa, si pone il problema di chiarire in che termini si possa parlare di follia nei testi di carattere medico e non. Le premesse fissate dalla studiosa rappresentano un punto di partenza per districarsi nella complessa relazione che lega natura e cultura nella decifrazione di cosa si debba intendere con disordine mentale. Da una parte Thumiger stabilisce la natura biologica della mente umana, dall’altra sottolinea come questa e la vita mentale siano strettamente correlate al corpo e alle interazioni con il mondo circostante. Gli aspetti biologici e culturali convivono quindi nella mente e nei suoi disordini, senza tralasciare però il fatto che la mente ha altresì un’irriducibile variabile soggettiva per cui il suo sviluppo e le sue articolazioni sono determinate dall’esperienza di ciascun individuo. Thumiger pone in risalto la consistenza fisica della malattia mentale nelle fonti analizzate per capire come la sfera mentale venga descritta in termini biologici e corporali. Questi aspetti metodologici sono fondamentali per raggiungere gli obiettivi che la studiosa si pone con la sua ricerca, nello specifico cercare di riconoscere nei fenomeni descritti nei testi antichi esperienze attuali così da evidenziare una sorta di ‘intelligibilità umana’ che ripercorra retrospettivamente le immagini della sofferenza. Viene sottolineata altresì la necessità di contestualizzare le fonti analizzate, prestando attenzione alle comuni convenzioni, alle tradizioni letterarie, agli aspetti sociali e al pubblico a cui sono rivolte; infatti non va tralasciata la soggettività del racconto che dipende appunto dal punto di vista dell’autore, da come si pone di fronte all’uditorio e da qual è la sua sensibilità, tutti elementi ineliminabili. Stabilite queste necessarie premesse metodologiche e chiariti gli obiettivi della ricerca, Thumiger evidenzia, inoltre, due problemi relativi alla terminologia medica utilizzata: uno riguarda la tassonomia psichiatrica impiegata attualmente dalla medicina occidentale che non si basa su dati biologici, ma piuttosto fa dell’indeterminatezza e dell’ambiguità la propria caratteristica principale; l’altro aspetto problematico è rappresentato dalla traduzione dei termini greci, per i quali la studiosa cerca vocaboli corrispondenti che siano i più neutri possibili, privi di connotazioni che possano in qualche modo essere fuorvianti o troppo tecniche. L’opera si suddivide in due parti: la prima dedicata al corpo e alle manifestazioni fisiche della insania, la seconda, invece, destinata alla disamina degli aspetti più prettamente psicologici della malattia mentale, quelli meno ‘visibili’ e quindi anche più difficilmente categorizzabili. Thumiger spiega la scelta di iniziare lo studio occupandosi del corpo perché questo rappresenta il luogo in cui la salute mentale e la pazzia sono esposte alla percezione visiva del medico che osserva. Il corpo è oggetto privilegiato di studio da parte dei medici antichi, i quali attraverso l’osservazione dei fenomeni corporei comprendono il funzionamento delle funzioni vitali, la cui compromissione si manifesta appunto dapprima attraverso comportamenti fisici visibili. Nella prospettiva antica, infatti, la sfera mentale è GNOMON 1/93/2021 E. Zamperini: Thumiger, A History of the Mind and Mental Health 31 inscindibile dalle descrizioni fisiche perché mente e corpo sono considerati come interdipendenti. Il secondo capitolo della prima parte è dunque dedicato al corpo come entità percepita, soprattutto attraverso il senso della vista. Vengono allora prese in esame le caratterizzazioni facciali che riguardano gli occhi, la bocca, la voce e l’aspetto generale di questi elementi. Il modo in cui il viso del paziente si presenta non è necessariamente identico allo stato mentale, ma vi è sicuramente una certa concomitanza. Non solo il viso, ma anche come si presenta il corpo nella sua interezza era oggetto di indagine da parte dei medici ippocratici, ecco quindi che Thumiger passa in rassegna dapprima i movimenti che caratterizzano uno stato mentale compromesso, in particolare spasmi e convulsioni, elementi chiave soprattutto nella descrizione dell’epilessia. Ma movimenti inconsulti riguardano anche gli arti, in preda a gesti incontrollati, o possono essere intesi anche come forme di agitazione, di ansia; o ancora tremori e brividi sono il segnale di un disturbo generale che può affliggere il corpo e che spesso accompagnano anche la follia. La postura stessa che un paziente assume può essere letta alla luce della sua salute mentale; la posizione del corpo, infatti, in associazione con comportamenti patologici particolari, evoca il concetto tipico del mondo greco classico per cui il controllo di sé e del proprio corpo sono parte integrante dell’idea di dignità e di benessere. Per questo, come conclude Thumiger, la prima manifestazione visibile del malessere mentale appare nei testi ippocratici attraverso la disamina di questi aspetti corporei e in tal senso l’autrice riconosce una forte vicinanza con i testi letterari, in particolare con la rappresentazione tradizionale della follia come compare nelle tragedie. Nel terzo capitolo della prima parte vengono prese in esame le cosiddette funzioni vitali, vale a dire come la salute mentale è rappresentata attraverso le funzioni di base che coinvolgono il corpo: il sonno, l’alimentazione e l’attività sessuale. Questi ambiti della vita quotidiana risultano spesso alterati nei pazienti che presentano segni di un disturbo mentale. Per quanto riguarda il sonno, o meglio, la mancanza totale o parziale di esso, nelle fonti analizzate questo viene solitamente individuato come forma di disturbo cognitivo, naturale e temporaneo, in cui manca un controllo completo del corpo ed è quindi associato a una condizione di insania. Alla mancanza di sonno è spesso associato anche il rifiuto del cibo, caratteristica anche questa che contraddistingue uno stato mentale disturbato. Variazioni nel regime alimentare, infatti, generano cambiamenti nell’umore e nello stato mentale del paziente e ciò vale soprattutto nell’ambito ginecologico, nel quale si riconosce una rilevanza maggiore dei problemi alimentari. Per quel che riguarda l’attività sessuale, invece, Thumiger nota l’assenza di interesse da parte dei testi ippocratici nei confronti di emozioni e sensazioni suscitate dai rapporti sessuali, considerati solo in termini di esperienza fisica. Anche in questo caso, la mancanza di misura, soprattutto in eccesso, è sintomo di uno squilibro che coinvolge la mente. L’ultimo aspetto analizzato in questo capitolo riguarda il ruolo della morte in associazione con la pazzia in quanto esito funesto o come procurato danno nei confronti di se stessi o di altri. Questione presente anche in testi non medici, in particolare nei testi tragici, i quali enfatizzano gli omicidi e le uccisioni come azioni causate dalla follia, mentre i testi ippocratici presentano la insania nella sua complessità, di cui gli atti violenti nei confronti di GNOMON 1/93/2021 E. Zamperini: Thumiger, A History of the Mind and Mental Health 32 se stessi o di altri rappresentano uno degli esiti possibili. La pazzia non è considerata come un fenomeno che si sviluppa in un individuo, ma piuttosto come una serie di atti visibili che possono portare alla distruzione del corpo. La seconda parte dell’opera si focalizza sulla mente del folle e nel prendere in esame questo aspetto, Thumiger sottolinea che scopo della ricerca è quello di distinguere quegli elementi che sono esterni, oggettivi e che sono dedotti dal medico senza la collaborazione del paziente da quelli che necessitano di una comunicazione con il paziente per essere compresi e studiati. In tal senso, la soggettività sofferente del paziente e la soggettività scientifica del medico si esprimono attraverso le medesime categorie sensoriali e cognitive. Il quarto capitolo prende in esame la percezione sensoriale e i disturbi che essa può presentare. Le capacità sensoriali, da sempre poste in relazione alla sfera mentale, per la loro funzione sono state correlate alle facoltà razionali e infine sono state viste come strumento potenzialmente ingannevole di conoscenza. I medici ippocratici, tuttavia, credono che vi sia una sorta di continuum delle facoltà sensoriali che debbono essere studiate all’interno di un quadro della salute più ampio. L’autrice considera perciò importante l’esperienza soggettiva della percezione sensoriale umana nella sua specificità storica e culturale, considerando l’idea che i sensi e le percezioni non siano soltanto atti cognitivi e neurologici, ma parte di una storia culturale e ambientale. La sua analisi, pertanto, prende in esame le modalità con cui i cinque sensi vengono compromessi nel caso di malattie che si configurano come mentali. Per quanto riguarda la vista, vengono analizzate le sue diverse qualità e le alterazioni, in particolare le vertigini, i lampi di luce, le allucinazioni visive e i sogni. Per questi ultimi la componente irrazionale e religiosa viene eliminata e i sogni vengono considerati come elementi significativi per la salute mentale ma non patologici. I disturbi legati all’udito compaiono spesso associati alle allucinazioni visive con diverse gradazioni di gravità, quindi vengono prese in esame percezioni allucinatorie come tintinnii, ronzii e altri suoni non ben definiti. Nei testi ippocratici all’olfatto non è riconosciuta particolare importanza e viene considerato come strumento che il medico ha a disposizione per valutare lo stato di salute del paziente. Il gusto, invece, gioca un ruolo importante nel caso di disturbi inerenti ai comportamenti alimentari, ma i riferimenti a questo senso sono meno numerosi rispetto alla vista e all’udito. Da ultimo, il tatto, considerato il più ‘sociale’ tra i sensi, nella misura in cui la sua intenzionalità interessa anche le attitudini interpersonali. Ma il tatto è anche il senso più strettamente collegato al dolore e quindi manifesta con maggiore evidenza la gravità della condizione del paziente. Le fonti sono allora studiate mettendo in evidenza il tatto come utile strumento di indagine inteso nella più comune accezione di percezione della stimolazione epidermica, ma anche come apparato vestibolare che assicura l’equilibrio, oppure come propriocezione, consapevolezza del proprio corpo. Gli stati descritti non sono sempre patologici, ma vengono considerati dai medici ippocratici come elementi utili a delineare il quadro generale della salute mentale del paziente. Il paziente è quindi per i medici una fonte imprescindibile di informazioni e tutti i fenomeni sensoriali rappresentano il modo in cui egli interagisce con il mondo esterno attraverso il corpo. Nei testi ippocratici, inoltre, emerge che la sfera mentale non è correlata GNOMON 1/93/2021 E. Zamperini: Thumiger, A History of the Mind and Mental Health 33 strettamente soltanto alle esperienze sensoriali, ma anche al carattere e alle emozioni del paziente. Il capitolo quinto è dedicato agli aspetti studiati dalla moderna psicologia: emozioni, etica, stile di vita e comportamenti sociali, ma anche capacità di ragionamento, abilità comunicative e logiche, memoria e volontà. Tuttavia le emozioni eticamente e introspettivamente caratterizzate ricevono uno scarso interesse da parte dei medici ippocratici. Thumiger, infatti, afferma la necessità di usare cautela nel ricostruire le modalità con cui le emozioni venivano investigate dal momento che ci si occupa di una cultura lontana, le cui norme sociali e modelli di interazione tra corpo e mente sono molto diversi dagli attuali. Le emozioni riferite dal paziente non sono, però, un aspetto centrale nei testi ippocratici e vengono analizzate come fatti fisiologici. Tale assenza di attenzione verso la sfera emotiva e psicologica della pazzia è il risultato dell’approccio fortemente razionale e non-magico della medicina ippocratica che privilegia invece una prospettiva oggettiva sulla salute umana, anche se le emozioni, benché non offrano dati patologici, contribuiscono sicuramente a delineare lo stato mentale del paziente. La studiosa passa dunque in rassegna le emozioni più comuni: rabbia, paura, vergogna, felicità, tristezza, speranza e l’eros. Segue poi l’analisi dei comportamenti e delle relazioni che il paziente intrattiene con i propri familiari; il rifiuto del contatto umano e la tendenza all’isolamento sono da considerarsi, infatti, come tratti caratteristici dell’insania. In generale i testi ippocratici non riconoscono quelli che si definiscono ‘disturbi comportamentali’, così come non emerge chiaramente un’idea di mente opposta al corpo. Le facoltà razionali non vengono concettualizzate dai medici ippocratici e non compaiono come centrali nella diagnostica della malattia. Ancora una volta appare evidente l’interesse meramente materialistico e fisiologico verso il corpo e quindi la salute mentale. Quello che emerge dallo studio è che gli aspetti della cognizione rappresentano una sorta di interfaccia tra le azioni e le facoltà di ragionamento del medico e il paziente e sono localizzate e individuate con termini di origine fisica; soltanto raramente appaiono in opposizione al corpo. Le conclusioni a cui giunge Thumiger riguardano soprattutto il modo con cui i medici ippocratici considerano la malattia mentale, vale a dire un disturbo percepibile dall’esterno grazie a segni e sintomi visibili che rendono corpo e mente un continuum biologico, da cui sono eliminati aspetti etici e psicologici. I dettagli personali, gli aspetti del carattere e dell’emotività del paziente sono ignorati in nome di una fondamentale base razionale che spinge gli ippocratici a rifiutare qualsiasi elemento che non sia in qualche modo misurabile, quantificabile. Lo studio di Thumiger, rappresenta, insomma, un importante punto di raccordo che, su una tematica più volte affrontata, fa tuttavia emergere, grazie anche agli abbondanti e puntuali riferimenti letterari non medicali, problematiche inerenti alla traduzione, alla concettualizzazione e alla categorizzazione di termini che necessitano costantemente di essere contestualizzati e compresi all’interno dell’intero sistema culturale greco. Verona Enrica Zamperini GNOMON 1/93/2021

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Zusammenfassung

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