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Tiziano Dorandi, James Miller (Ed.): Lives of the eminent philosophers. Diogenes Laertius. Translated by Pa-mela Mensch. in:

Gnomon, page 13 - 18

GNO, Volume 93 (2021), Issue 1, ISSN: 0017-1417, ISSN online: 0017-1417, https://doi.org/10.17104/0017-1417-2021-1-13

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C.H.BECK, München
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M. Strothmann: Eidinow, Envy, Poison and Death 13 indes trägt nicht immer zur guten Lesbarkeit bei, auch verzichtet die Verf. leider weitgehend auf eine konkrete Anwendung ihrer erarbeiteten Ergebnisse auf die drei Ausgangsfälle, indem sie sich in ihren conclusiones – den Abschlussbetrachtungen zu den großen Kapiteln – jeweils auf etwa zwei Seiten beschränkt. So hat sie insgesamt – entgegen der beim Leser geweckten Erwartung – ihre Ergebnisse nur recht punktuell auf Frauen vor Gericht angewandt. Die Verf. hat indes eine Untersuchung vorgelegt, die zur weiteren Auseinandersetzung mit dem Thema auffordert und neue Perspektiven bietet. Denn durch die intensive Beschäftigung mit dem soziologischen Diskurs zur Rolle von Klatsch, den Beweggründen von Neid und vor allem ihrem wichtigen Beitrag zur Klärung des ‘Gesagten im Nicht-Gesagten’ im Rahmen der Kommunikation in Gerichtsprozessen im Athen des 4. Jh. v. Chr. hat sie ein arbeitsfähiges Instrumentarium vorgelegt, auf dessen Grundlage sie neue Impulse präsentiert, die hoffentlich umfassend Eingang in die weitere Forschung finden. Es ist sicher ein Verdienst der Studie, die Motive und den Erfolg der vor Gericht hochemotional geführten Diskussionen zu erklären und Inhalte des Nicht-Gesagten sichtbar zu machen, um dessen Einfluss auf die Urteilsfindung aufzudecken. Mit welchen Mechanismen rhetorische Mittel und der Einsatz bestimmter Begriffe auf der emotionalen Ebene erfolgreich funktionier(t)en, wird anschaulich aufgezeigt. Methodisch versiert analysiert die Verf. die enge Verschränkung zwischen dem Gesagten inklusive der au- ßerordentlichen Bandbreite unterschwellig mitgeteilter Information und der vom Hörer gefilterten Interpretation, die zu einem Urteil führen kann. Dieses Urteil beruht zwar nicht auf einer Kette von logischen Argumenten, hat aber durch ein komplexes System von Assoziationen und Emotionen oft stärkere Überzeugungskraft. Mit dieser Erkenntnis hat die Verf. zum Verständnis der kommunikativen Strategie athenischer Gerichtsreden aus dem 4. Jh. v. Chr. entscheidend beigetragen. Eine umfassende Bibliographie von knapp 40 Seiten sowie ein ausführlicher Gesamtindex und ein sorgfältiges Quellenregister runden den Band ab. Bochum Meret Strothmann * James Miller (Ed.): Lives of the eminent philosophers. Diogenes Laertius. Translated by Pamela Mensch. New York: Oxford UP 2018. XXI, 676 S. zahlr. z.T farb. Abb. L’iniziativa di J. M(iller) di proporre una nuova traduzione in inglese delle Vite dei filosofi illustri di Diogene Laerzio (terzo sec. d.C.), annotata e accompagnata da un serie di saggi complementari, è quantomai opportuna non solo per gli studiosi dell’Antichità, ma anche per un pubblico colto più vasto curioso di dettagli biografici degli innumerevoli pensatori della Grecia o di aspetti delle loro dottrine. La traduzione, condotta da Pamela Mensch sul testo greco della mia edizione uscita a Cambridge nel 2013, è chiara e accessibile e nello stesso tempo aderente al modello originario. In attesa della ‘edited translation’ di Stephen White di imminente pubblicazione a Cambridge, fondata anch’essa sulla mia edizione, quella della Mensch rimpiazza per i lettori anglofoni la traduzione di R.D. Hicks (Cambridge, Mass.-London 1925. Ristampata a più riprese e dal 1972 con una introduzione e aggiornamenti di H.S. Long) per la ‘Loeb Classical Library’, GNOMON 1/93/2021 T. Dorandi: Miller (Ed.), Lives of the eminent philosophers 14 ormai invecchiata e preparata sulla inaffidabile edizione di C.G. Cobet (Paris 1850). A differenza di quella di Hicks, le traduzioni di Mensch e di White non presentano comunque un testo greco a fronte. L’imponente volume di M., stampato in maniera eccellente e elegante su carta patinata, è arricchito di diverse centinaia di illustrazioni per lo più a colori scelte da Timothy Don, che includono materiale antico e moderno coerente con la narrazione dei dieci libri dell’opera di Diogene (vedi gli ‘Illustration credits’, 649– 653). A parte queste immagini, che si susseguono pagina dopo pagina, richiamo l’attenzione anche sulle due cartine geo-topografiche (XIX–XX) che rappresentano una pianta di Atene con l’ubicazione delle scuole filosofiche e una rappresentazione del bacino mediterraneo con indicate le città nelle quali nacquero o dispensarono il loro insegnamento i filosofi illustri le cui vite Diogene descrive. Avere una visione d’insieme della geografia delle scuole è di un reale aiuto per comprendere la diffusione e l’influenza della filosofia greca nel mondo antico. A sé va considerata infine la riproduzione nei risguardi del volume del magnifico ‘studio’ dell’affresco ‘La Scuola di Atene’ di Raffaello, due dettagli del quale sono raffigurati sulla prima di sovracopertina (una riproduzione d’assieme è a 556). Per una volta, la scelta di questa immagine, della quale spesso si abusa, non è fine a se stessa, ma trova la sua ragione d’essere nell’interpretazione che ne viene riproposta nel suggestivo saggio di Ingrid D. Rowland (554–561). Il volume si apre con una introduzione (VII–XVIII) nella quale M. traccia un profilo a tutto tondo di Diogene Laerzio, della sua opera e dei fini che l’antico biografo ammaliato dal credo filosofico aveva perseguito. Se Diogene resta la fonte principale per le vite (e le leggende) di molti filosofi greci, uno dei pregi maggiori della sua opera consiste nel porsi e nel cercare di rispondere alla indispensabile domanda: che cosa è la filosofia? Questa presentazione è integrata da una succinta nota della traduttrice (XIX) nella quale Mensch rende conto dei criteri con i quali ha condotto il suo lavoro. Il grosso del volume (1–543) è occupato dalla traduzione dei dieci libri che la Mensch ha preparato da sola, sia pure con la consulenza per le vaste sezioni dottrinarie dei libri 7 (sugli Stoici) e 10 (su Epicuro), rispettivamente di A.A. Long e J. Allen. La traduzione è condotta, come ho già detto, sul testo della mia edizione dalla quale M. dichiara di essersi allontanato in una sola significativa eccezione, che consiste nell’avere reintrodotto di volta in volta i titoli delle singole biografie che consistono nei nomi dei singoli filosofi dei quali sono esposte le vicende e presentate le dottrine. Io li avevo, per la prima volta, espunti in quanto prodotti estranei al dettato originario laerziano e ivi aggiunti solo in un momento seriore da un ignoto ‘editore’ tardoantico o bizantino. La scelta di M. è giustificabile in una traduzione riservata a un pubblico più vasto di lettori di quello presupposto da una edizione critica del solo testo greco. In realtà, le divergenze con il testo da me stabilito vanno ben al di là di questo unico punto e ingenerano fastidiose incongruenze che non è facile reperire di primo acchito a causa della mancanza dell’originale greco a fronte. Molti sono i casi in cui la traduttrice ha tenuto presente, per ragioni che mi sfuggono e che non sono esplicitate, un testo che non corrisponde a quello da me editato. Io non pretendo ovviamente di avere ragione in tutte le mie decisioni, ma se le divergenze non sono opportunamente segnalate (e sarebbe stato sufficiente GNOMON 1/93/2021 T. Dorandi: Miller (Ed.), Lives of the eminent philosophers 15 aggiungere una lista dei luoghi in cui la traduttrice ha fatto altre scelte per motivi almeno per lei leciti), il risultato che ne deriva è che un lettore che non si premuri di avere il greco davanti a sé mi attribuirà scelte che non sono le mie e che, di conseguenza, danno una idea falsa del mio lavoro di editore. Segnalo di seguito solo un paio di esempi presi a caso dal primo libro (ma innumerevoli altri si possono senza troppo sforzo aggiungere). 1, 2: «Xanthus the Lydian, however, says that six thousand years separated Zoroaster from Xerxes’s crossing». In realtà non ‘six thousand years’, ma ‘six hundred years’ che corrisponde a ἑξακόσια da me privilegiato (ἑξακισχίλια, ‘six thousand years’ è una inopportuna congettura di una mano tarda del Parisinus gr. 1759 fondata sulla tradizione parallela). 1, 34 (verso di Timone di Fliunte e ripresa del discorso): «‘Like Thales, among the Seven Sages, an astute observer of stars’. His writings, according to Lobon of Argos, run to two hundred lines». Il mio testo è οἷόν θ’ ἑπτὰ Θάλητα σοφῶν σοφὸν ‹ἀστρονομῆσαι›. ἀστρονόμηματα δὲ γεγραμμένα ὑπ᾿ αὐτοῦ φησι Λόβων ὁ Ἀργεῖος εἰς ἔπη τείνειν διακόσια, e cioè «‘Come Talete, sapiente tra i sette Saggi ‹nell’indagare le stelle›‘. Lobone di Argo dice che i suoi scritti di astronomia occupano duecento righi». 1, 84: «It is to this that Demodicus of Leros is alluding when he says: ‘If you happen to be arguing a case (κρίνων), plead as they do at Priene’». Il mio testo è il seguente: ὅθεν καὶ Δημόδοκος ὁ Λέριος τοῦτο αἰνίττεται λέγων· ἢν τύχῃς τίνων, δικάζευ τὴν Πριηνίην δίκην, cioè «A questo allude anche Demodoco di Lero quando dice: ‘Se ti capita di pagare una ammenda, difenditi come quelli di Priene’». In realtà, e lo ripeto, non siamo di fronte a veri e propri di errori di traduzione, ma a una traduzione che presuppone un testo greco che non è quello della mia edizione e quindi non corrisponde a quanto a più riprese ripetuto nel volume: «Our translation is based on Tiziano Dorandi’s edition of the Greek text …» (XIX). Fatta questa indispensabile premessa e al di là di essa, la traduzione nel suo insieme mi sembra corretta e fluida. Per quanto riguarda lo stile, spetta a un madrelingua di esprimere un giudizio, che stando almeno a quanto afferma S. O’Connor (BMCR 2019.02.28) è ben positivo: «The English translation by Pamela Mensch is lively, fresh, engaging, and eminently readable. Given the number of vagaries, jokes, technicalities, and such that proliferate in the Greek, this is a most impressive achievement». Le note a piè di pagina della traduzione, redatte da più autori, sono limitate all’essenziale ossia a una succinta presentazione e spiegazione dei numerosi riferimenti alle persone, ai luoghi, alle pratiche e ai personaggi mitologici che costellano la narrazione laerziana (XV12). La seconda parte del volume si compone di sedici saggi la cui utilità come sussidio per la lettura delle Vite laerziane è innegabile (545–622). Questi capitoli, affidati a diversi specialisti non solo di Diogene Laerzio, ma anche di altri domini e soprattutto della filosofia antica, sono organizzati grosso modo in due serie e vanno dal generale al particolare: i primi sei discutono aspetti globali relativi ai contenuti delle Vite; ne seguono poi, dopo tre capitoli che potremmo dire fanno da cerniera, altri sei che presentano la lettura che Diogene propose delle principali correnti e dottrine filosofiche nei dieci libri della sua opera. Un ultimo saggio ripercorre l’ambiguo rapporto di Nietzsche con Diogene Laerzio. A. Grafton, ‘Diogenes Laertius: From Inspiration to Annoyance (and Back)’ (546–554), indaga la recezione delle Vite con un interesse specifico per il GNOMON 1/93/2021 T. Dorandi: Miller (Ed.), Lives of the eminent philosophers 16 Medioevo e il Rinascimento occidentali, spostandosi fino all’età moderna e arrivando a Nietzsche, partendo dall’uso che di quell’opera si fece soprattutto attraverso l’intermediario della traduzione latina di Ambrogio Traversari e poi anche direttamente nella lingua originale dopo la pubblicazione dell’editio princeps Frobeniana (1533). A differenza dall’epoca moderna quando Diogene fu sempre più criticato per i suoi innegabili errori, nel Rinascimento egli suscitò sempre un interesse fertile di idee e di spunti. Un grande assente è qui Tommaso Aldobrandini editore e traduttore di qualità delle Vite la cui opera (uscita postuma nel 1594) non ha mai goduto, a torto, della attenzione che merita. Nel capitolo ‘Raphael’s Eminent Philosophers: The School of Athens and the Classic Work Almost No One Read’ (554–561), Ingrid D. Rowland sviluppa una convincente lettura di quell’affresco la cui realizzazione (tra 1509 e 1510) fu probabilmente influenzata dalla Vite laerziane per l’intermediario di Egidio da Viterbo, possessore e lettore attento di un codice greco di Diogene, di Angelo Colucci e di Tommaso Inghirami, uomini di cultura che vissero in stretto contatto con Raffaello e con il Papa Giulio II. Kathryn Gutzwiller ‘Diogenes’ Epigrams’ (561–567), presenta una analisi puntuale delle qualità letterarie degli epigrammi della Pammetros del medesimo Diogene che egli in parte almeno riprodusse nelle Vite sotto forma di epitimbi dei filosofi illustri. La studiosa tenta altresì una necessaria rivalutazione di quei versi spesso maltrattati e mostra che sono molto più elaborati nella forma e nel contenuto di quanto possa apparire a prima vista. Nello studio successivo, J. Romm, ‘Corporeal Humor in Diogenes Laertius’ (567–570) indaga l’uso dell’ironia e dell’umore in Diogene e insiste in particolare sul tema della fragilità del corpo umano nelle descrizioni talora ironiche della morte o degli amori di certi filosofi. M. Schofield, ‘Philosophers and Politics in Diogenes Laertius’ (570–573), si sofferma sulle descrizioni delle attività politiche dei filosofi quali descritte da Diogene, mentre G. Cambiano, ‘Diogenes Laertius and Philosophical Lives in Antiquity’ (574–577), suggerisce una interpretazione originale dei rapporti tra le vicende biografiche di singoli filosofi e le loro dottrine etiche. Insieme a quelle della Gutzwiller, quelle di Cambiano sono senza dubbio fra le pagine più ricche di spunti di riflessione. Nei tre capitoli che seguono (577–588), chi scrive riassume i principali elementi della storia del testo e della trasmissione delle Vite nonché della loro recezione nel mondo bizantino e nel Medioevo e nel Rinascimento occidentali grazie alle traduzioni di Enrico Aristippo (assai parziale) e di Ambrogio Traversari (completa). L’ultima sezione conta sei saggi dedicati a singoli filosofi o a scuole filosofiche le cui dottrine sono riassunte da Diogene sotto forma di ‘dossografie’ o presentate attraverso una scelta più o meno larga di citazioni dei loro testi: A. Laks, ‘Diogenes Laertius and the Pre-Socratics’ (588–592); J. Dillon, ‘Plato’s Doctrines in Diogenes Laertius’ (592–597); R. Bracht Branham, ‘Cynicism: Ancient and Modern’ (597–603); A.A. Long, ‘Zeno of Citium: Cynic Founder of the Stoic Tradition’ (603–610); J. Allen, ‘Skeptics in Diogenes Laertius’ e ‘Epicurus in Diogenes Laertius’ (rispettivamente 610–614 e 614–618). Nel loro insieme, i capitoli danno una idea conveniente e concreta dell’apporto di Diogene Laerzio alle nostre conoscenze della storia della filosofia antica e nello stesso tempo ne mettono anche in evidenza mancanze, debolezze o lacune. Ogni autore ha scelto GNOMON 1/93/2021 T. Dorandi: Miller (Ed.), Lives of the eminent philosophers 17 di leggere il resoconto laerziano secondo criteri e metodi personali che possono o meno convincere. Tutti partono comunque dal testo delle Vite che forma così il sostrato oggettivo delle loro interpretazioni. Se le pagine di Laks sui Presocratici si distinguono per il fine intreccio di una lettura della testimonianza laerziana in un dialogo con la sua recezione in particolare nella filosofia tedesca del Diciannovesimo secolo (Hegel e Nietzsche), Bracht Branham insiste più sul concetto di cinismo nel mondo moderno e attuale che sull’apporto che viene dal sesto libro laerziano. In qualche caso, si trovano idee nuove e suggestioni di letture che meritano di essere approfondite. Tra queste, l’ipotesi di Dillon (597) che il resoconto delle dottrine di Platone nel terzo libro, confuso e superficiale, potrebbe derivare da fonti fortemente influenzate dallo Stoicismo e nello specifico da Antico di Ascalona. I grandi assenti in questa rassegna sono Aristotele e il Peripato. Il che si può spiegare con il fatto che Diogene non trasmette informazioni sul pensiero dei successori di Aristotele e che la dottrina dello Stagirita fa l’oggetto solo di una brevissima e davvero deludente presentazione dossografica (5, 28–34) priva di un effettivo interesse e che sarebbe stata quantomai fuorviante se non avessimo conservato le opere originali del filosofo. Per concludere, G.W. Most, ‘Diogenes Laertius and Nietzsche’ (619–622), ripercorre l’iter in Laertium di Nietzsche insitendo tra l’altro sulla questione della Quellenforschung delle Vite. Una serie di studi con finalità e con una struttura non dissimile da quella che ritroviamo in questa sezione del volume di M. sono stati riuniti da D. Leão, G. Cornelli, M. Peixoto, ‘Dos Homens e suas Ideias. Estudos sobre as Vidas de Diógenes Laércio’, Coimbra 2013. È peccato che questi contributi, alcuni dei quali di sicuro valore, non abbiano avuto goduto finora della diffusione che meritano. Il ‘Guide to Further Reading’ (623–633) redatto e organizzato per temi da J. R. Elliott costituisce infine uno strumento utile per chi sia interessato a approfondire la lettura della traduzione dell’opera laerziana. La bibliografia ha qualche lacuna e non è a giorno né poteva essere altrimenti visto che abbraccia tutta la storia della filosofia antica. Nondimeno, qualche titolo in più sarebbe stato opportuno relativamente soprattutto alla produzione non trascurabile dell’ultimo decennio. Un Glossario delle fonti antiche (curato da J.M. Lemelin, 634–648), gli ‘Illustration Credits’ (649–653) e l’indice dei nomi di persona e delle opere (655– 676) completano e arricchiscono questo eccellente volume. Il Diogenes Laertius curato da M. e tradotto da Mensch rappresenta un significativo parallelo al ‘Diogène Laërce, Vies et doctrines des philosophes illustres’ pubblicato sotto la direzione di Marie-Odile Goulet-Cazé, ormai più di una ventina di anni or sono (Paris 1999) e che resta a tutt’oggi una pietra miliare nelle ricerche laerziane. Entrambe le imprese editoriali sono rivolte a un pubblico che non è previsto essere essenzialmente quello degli eruditi. Quella francese, in ragione anche del fatto che non poteva ancora fondarsi su un testo greco criticamente stabilito, era stata corredata di un apparato di note molto più consistente con discussioni e interventi spesso puntuali e approfonditi dei quali il prodotto americano ha potuto fare a meno rimandando al precedente contributo e ai dati della mia nuova edizione. GNOMON 1/93/2021 T. Dorandi: Miller (Ed.), Lives of the eminent philosophers 18 Una forma e dei criteri assai diversi sono stati invece scelti più di recente per il progetto spagnolo nella serie degli ‘Escriptors Grecs’ della ‘Fundació Bernat Metge’ di Barcellona curato da S. Grau, del quale sono usciti finora due volumi con la traduzione in catalano dei primi tre libri delle Vite (Barcelona 2014 e 2018). La novità principale consiste nel fatto che la traduzione è preceduta da una ampia introduzione e accompagnata da un testo greco ‘rivisto’ e da un apparato che si vuole critico nonché da numerose note (‘Notícies preliminars, texts revisat, traducció i notes’). A dire il vero, il testo è quello della mia edizione e lo stesso vale per l’apparato critico riduzione di quello da me redatto, ricopiato ‘mit Haut und Haar’ (come ebbe a scrivere E. Schwartz a proposito del metodo di lavoro di Diogene Laerzio). Ne è prova la riproposizione di imprecisoni e errori che purtroppo mi erano sfuggiti e ai quali se ne sono aggiunti nuovi. Alla fine della sua introduzione, M. (XVIII) scrive «Our common goal has been to makes Lives as accessible as possible to English-speaking readers — and at the same time to convey some of the essential strangeness of what philosophy once was, in hope that readers may wonder anew at what philosophy might yet become». La lettura dell’insieme del volume non può che confermare che M. e il gruppo di persone che si è affiancato in questa impresa sono riusciti a realizzare quanto si erano proposti. Villejuif/Paris Tiziano Dorandi * Lee M. Fratantuono, R. Alden Smith (Edd.): Virgil, Aeneid 8: Text, Translation, and Commentary. Leiden/Boston: Brill 2018. IX, 801 S. (Mnemosyne. Suppl. 416.). This text, translation, and commentary on Book 8 is the most recent Aeneid commentary in the ‘Mnemosyne’ Supplements and the second by Fratantuono and Smith, who released their commentary on Book 5 in 2015. It is also the third of three English-language commentaries on Aeneid 8 released in as many years.1 Of these three, this is the one most geared toward the professional Vergilian. Because this commentary is in the same series as those of the late Nicholas Horsfall, who did books 7, 11, 2, and 3 before moving from Brill to De Gruyter for his two-volume commentary on Book 6, and it looks identical to Horsfall’s commentaries in terms of size and the layout of text, translation, and commentary, his are the obvious point of reference, and it will be useful to compare this new entry to his throughout. The relatively brief introduction (pp. 1–32) provides an overview of the book that situates it within the larger poem and touches on current scholarly trends. Their overview of Book 8 (pp. 12–25) offers a more than serviceable introduction to the key events, themes, and interpretative issues, while also arguing that the book is a meditation on the nature of pietas and – most interestingly – for the importance of the number three, which often portends victory (culminating in the depiction of Octavian’s triple triumph on Aeneas’ shield). The last quarter of the introduction focuses on the manuscripts and their text. Unfortunately, there are few references to the introduction in the commentary proper, with the –––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––– 1 Keith Maclennan, ‘Virgil. Aeneid Book VIII’. London, etc.: Bloomsbury Academic, 2017; James J. O’Hara, ‘Vergil Aeneid 8’. Indianapolis: Focus, 2018. GNOMON 1/93/2021

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Abstract

As a critical journal for all classical studies, the GNOMON fosters the links between the distinct classical disciplines. It has thus an exceptional position among the classical review journals and allows familiarization with research and publications in neighbouring disciplines. The reviews address an international readership from all fields in classical studies. The GNOMON publishes reviews in German, English, French, Italian and Latin.

The GNOMON is published in eight issues a year.

Zusammenfassung

Der GNOMON pflegt als kritische Zeitschrift für die gesamte Altertumswissenschaft die Verbindung zwischen den verschiedenen Disziplinen der Altertumswissenschaft. Er nimmt dadurch eine Sonderstellung unter den Rezensionsorganen ein und bietet die Möglichkeit, sich über wichtige Forschungen und Publikationen auch in den Nachbarbereichen des eigenen Faches zu orientieren. Die Rezensionen im GNOMON wenden sich an ein internationales Publikum, das aus allen Teilgebieten der Altertumswissenschaft kommt. Die Publikationssprachen im GNOMON sind: Deutsch, Englisch, Französisch, Italienisch und Lateinisch.

Der GNOMON erscheint acht Mal im Jahr.